Un’isola europea

Caro Daniele, vorrei accennare a un’idea che mi è venuta dopo la tragedia di Lampedusa. È solo in nuce e quindi ancora molto generica la mia idea, ma credo che potrebbe essere presa in considerazione dai lettori del tuo blog e tramite loro, per iniziare, diffondersi.

Costatato che l’isola di Lampedusa è e sarà uno dei punti di riferimento dell’immigrazione dai paesi del “quarto” mondo, constatato che sciagurate leggi italiane stanno provocando un altissimo numeri di morti e di disperati che vengono o espulsi o rinchiusi in centri lager di pseudo accoglienza, proporrei che l’isola divenisse un Territorio della Unione Europea.

Che cosa significa?

L’isola potrebbe diventare una sorta di territorio gestito dalla Comunità Europea, (una sorta di Protettorato?), con leggi speciali varate ad hoc, che permettessero di organizzare con efficienza e umanità l’accoglienza a quelle migliaia di “persone “ che cercano di sfuggire alla fame, alla guerra o al carcere. Potrebbe divenire un territorio, non solo libero dalle sciagurate leggi italiane che Bossi e Fini nella loro “profonda umanità”… ci hanno regalato, ma anche un vero e proprio laboratorio dove si affronta concretamente e con reale umanità l’emergenza verso quello che Sofri, con la sua rara intelligenza, chiama “ il tuo prossimo”. L’isola potrebbe divenire un territorio “europeo” dove, con un’organizzazione efficiente e mezzi adeguati, si potrebbe affrontare questo fenomeno dell’immigrazione che nel futuro sarà sempre più complesso e generalizzato.

Finalmente, e per la prima volta, l’Unione Europea avrebbe il territorio, un vero e proprio “terreno fertile”, per misurarsi su una emergenza reale che non fosse solo quella economica dello Spread o del Pil; sarebbe un terreno dove, fianco a fianco, politici, funzionari, tecnici e militari dei 27 Paesi che costituiscono l’Unione, potrebbero imparare a convivere e condividere spazi e attività comuni , sotto la medesima bandiera di quell’agape che, finalmente, da parola “religiosa”, quasi ad uso degli addetti ai “lavori”, potrebbe incarnarsi nella realtà del nostro tempo.

Laboratorio, dunque. Questo è la parola “chiave”. Parola che rimanda al significato di fatica, di lavoro. Fatica per chi arriva e lavoro per chi organizza. Fatica per chi organizza e “speranza” di lavoro per chi arriva. Che cosa costerebbe all’immenso territorio europeo “sistemare” qualche migliaia di persone? Certamente esiste l’obiezione leghista e non solo, che questo sarebbe un modo per favorire l’emigrazione. Questo è vero, ma dov’è il problema? Vogliamo seguitare a essere una società basata sul Pil o una società dove la nostra Dignità (quella di cui tu ed io abbiamo ragionato proprio nel tuo blog: vedi Dalla fede alla dignità)  è vera e reale solo nella misura in cui la cerchiamo di garantire anche al nostro prossimo?

Dunque, posso avere una dignità se il mio prossimo ne è privo?

La risposta è già scritta nella domanda, No. E da questo punto dobbiamo cominciare per cambiare realmente la nostra società ormai appiattita sulla ricerca ossessiva di un esclusivo benessere materiale. E questo lo possiamo ottenere solo attraverso un nuovo modo di agire, “comunitario”, appunto.

Pubblicato il 8 ottobre 2013 nel blog www.danielepugliese.it

Commento di Daniele Pugliese pubblicato l’11 ottobre 2013: Questo il testo di una e mail che viene diffusa da Maurizio Molina e Barbara Molinario dell’Unhcr, l’Agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite: «C’è qualcosa di profondamente sbagliato in un mondo nel quale chi è costretto a fuggire dalla guerra e dalla violenza perde la vita in mare, su una barca, proprio nel tentativo disperato di salvarsi. La tragedia avvenuta il 3 ottobre a Lampedusa deve essere un monito all’azione: è arrivato il momento che la comunità internazionale agisca per rendere sicura la migrazione e per assicurare che i diritti di tutti gli esseri umani costretti alla fuga siano rispettati. Da diversi anni l’UNHCR è presente a Lampedusa: in queste ore siamo impegnati ad assistere e proteggere le persone presenti nel centro di accoglienza dell’isola, in particolare i 155 superstiti di questa terribile tragedia. Uomini, donne e bambini che hanno visto morire i loro cari e che avranno bisogno di ricevere assistenza specifica per superare il trauma e la rabbia. In queste ore così difficili crediamo sia ancora più importante affermare con chiarezza il principio che queste persone vanno aiutate, protette e non respinte. Non rappresentano una minaccia alla nostra sicurezza bensì sono persone che mettono a rischio la propria vita per cercare sicurezza nel nostro paese. Bisogna lavorare per prevenire ed evitare questi disastri, garantendo l’accoglienza dei rifugiati in quadro europeo. Per raggiungere questo obiettivo serve un’azione concreta delle istituzioni, che però non può prescindere da un cambiamento culturale che deve riguardare tutti. Ti chiediamo di essere e di sentirti parte di questo cambiamento, accanto a noi. Per far si che quella di Lampedusa venga ricordata come l’ultima delle tragedie del mare».

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