Un padre sufficientemente dignitoso

L’idea di Antonella Blanco di utilizzare il concetto teorico di Winnicot della “madre sufficientemente buona”, a proposito del dibattito sulla figura del Padre nella cultura e nella società odierna[1], mi sembra molto intelligente perché finalmente aggiunge un metro valutativo alle profonde considerazioni che provengono da più parti, opportunamente citate nel post A cosa serve un padre.

È ormai in corso un dibattito che pre-e-occupa settori sempre più vasti dell’opinione pubblica, testimonianza di un vuoto energetico-culturale da cui derivano profondi danni al tessuto della nostra società cosiddetta “civile”, che di civile non ha più nemmeno l’odore.

All’interno del solco tracciato dalla Blanco con la sua proposta di un padre sufficientemente buono, vorrei affiancare un altro concetto teorico che a me pare ri-definire quello precedente: “un padre sufficientemente dignitoso”, riprendendo così quel tema, che a me sembra fondamentale, della Dignità come categoria fondante di una morale che dia sostegno e struttura non solo al singolo individuo bensì a qualunque forma di società, dalla famiglia alla comunità fra gli Stati. Tema di cui mi ero già occupato in Dalla fede alla dignità, che Daniele ha qui gentilmente pubblicato.

La dignità, come già la definiva Kant, è una categoria morale, forse la più alta, perché è legata al concetto essenziale, basilare, che ogni uomo non può essere oggetto di alcuna strumentalizzazione. Ogni uomo deve considerare l’Altro come un fine e non come un mezzo o uno strumento per i propri fini. È un diritto naturale universale irreversibile. Scriveva Kant:

“Ora io dico: l’uomo, e in generale ogni essere razionale, esiste come fine a se stesso, non semplicemente come mezzo da usarsi a piacimento per questa o quella volontà, ma deve essere sempre considerato, in tutte le azioni indirizzate verso se stesso come verso gli altri esseri razionali, insieme come fine”. (Kant, Fondazione della metafisica dei costumi, pag 91)

Sappiamo, purtroppo, che la nostra società odierna ha invece sviluppato una fortissima predisposizione a considerare “gli Altri” come strumenti utili a realizzare propri fini o propri scopi. Riprendendo un dato sociologico dimenticato, gli elementi che compongono l’“Elite” di questa società (politici, manager, operatori finanziari), usano con disinvoltura e quasi come se fosse un loro diritto naturale, comportamenti operativi aggressivi e spesso violenti, direi simili a delle vere e proprie macchine da guerra, tesi a raggiungere a qualunque costo e con qualunque mezzo, quote di profitto sempre più alte, così come un aumento esponenziale del proprio potere personale. Di quest’atteggiamento abbiamo nella nostra società italiana esempi sublimi diffusi, di cui le cronache quotidiane si devono occupare con triste puntualità soprattutto negli ultimi due decenni.

Riscoprire il valore della Dignità come elemento fondante della morale odierna è evidentemente il compito impellente che la nostra società deve recuperare non con le solite parole di circostanza, bensì con progetti effettivi e reali.

L’ultimo atto che io ricordi teso a rendere e a rifondare l’uomo in conformità a una morale della dignità è stata l’apertura dei cosiddetti manicomi, operata da Franco Basaglia. In quell’occasione c’è stata una vera e propria rivoluzione della società che, sulla base della ricchezza non solo teorica ma anche morale di un profondo pensatore e operatore sanitario, ha realizzato al suo interno un capovolgimento grandioso della prospettiva etica nei confronti del disagio mentale: i malati di mente non erano dei “pazzi” condannati al cronicario dei manicomi ma bensì erano degli “Esseri Umani”, quindi soggetti con una loro naturale e integra Dignità che dà loro diritti e doveri come tutti gli altri cittadini della società nella quale vivono. (Che poi questa rivoluzione di Basaglia sia stata parzialmente abortita dalle Istituzioni non fa che confermare quanto stiamo sostenendo).

“La madre sufficientemente buona” di Winnicot è un concetto psicanalitico che stabilisce quando un atteggiamento della madre è sufficientemente efficace per il primo sviluppo del bambino ed ha la finalità di permettere al bambino uno sviluppo sufficientemente sano.

Nel caso del “Padre sufficientemente dignitoso” che noi vorremmo proporre, abbiamo un concetto pedagogico, che si afferma in una fase successiva e trova la sua ragione di essere nella necessità che il Padre trasmetta al figlio le basi morali fondate sulla dignità del giovane e di riflesso sulle sue relazioni, affinché diventi un uomo capace di relazionarsi con l’Altro in un confronto finalizzato a ottenere una equa ripartizione dei diritti e dei doveri di ciascuno.

Ci permettiamo di affermare che questo compito risulti appannaggio della figura Paterna, poiché questa è (o dovrebbe essere) la figura che definisce i valori morali dei figli, naturalmente in accordo e sintonia con la figura materna, la quale dovrebbe, sotto quest’aspetto, delegare al padre questo elemento educativo.

Sarebbe troppo lungo commentare questo punto; confidiamo perciò nella lungimiranza delle vedute del lettore. Possiamo solo accennare al fatto che l’uomo dovrebbe uscire dal delegare alla figura materna ogni genere di rapporto educativo con i figli. È questo un atteggiamento tipico dell’uomo della società matriarcale, dove la sua dipendenza psicologica dalla figura femminile è totale. Alla donna viene, infatti, delegato ogni onere educativo e, spesso, anche materiale della vita familiare, ignorando così ogni elementare principio di responsabilità.

Il “padre sufficientemente dignitoso” dovrebbe essere prima di tutto un uomo che, con tutte le sue conoscenze ed esperienze, può e deve trasmettere ai figli, superando le loro resistenze e baldanze giovanili, quei principi fondanti della persona che sono gli elementi morali della vita umana, partecipando così alla strutturazione del loro mondo interiore, con la forza della sua presenza, della sua attenzione e del suo carisma. Un padre deve avere un carisma non fondato su esempi di comportamento pestilenziale e asintomatico rispetto ai valori costitutivi dell’essere umano. Deve avere un carisma che discenda dalla dignità del suo essere e del suo comportamento nel lavoro e nelle relazioni con gli altri appartenenti alla sua famiglia e al suo gruppo. Un carisma che solo un comportamento dettato dalla semplicità, sorella della dignità, può fare breccia nell’animo dei giovani, i quali notoriamente sono molto sensibili a valutare positivamente esempi luminosi degli adulti. Un padre sufficientemente dignitoso non può essere ricco e potente. Spesso questi valori sono raggiunti con mezzi non proprio ortodossi e spesso gli uomini ricchi e potenti sanno solo esibire, oltre a un volgarissimo portafoglio pieno, una grande arroganza e mancanza di sensibilità per tutti quelli che li circondano.

Massimo Recalcati parla molto del ruolo del senso di responsabilità, ma forse questa non è un corollario necessario e sufficiente della dignità? Come può esserci responsabilità se manca una struttura interiore basata sulla dignità dell’essere? Sono per forza energie gemelle che fondano l’uomo e, per forza osmotica, i suoi figli.

Sarebbe perciò auspicabile che una madre sufficientemente buona fosse sempre accompagnata da un padre sufficientemente dignitoso… forse la nostra comunità potrebbe tornare a sorridere e a rifondare una società basata sulla solidarietà e la speranza di partecipare alla creazione di un futuro diverso.

 

 

Note

[1]

Il riferimento è a un testo di Antonella Blanco intitolato A cosa serve un padre pubblicato nel blog www.danielepugliese.it il 14 novembre 2013 di cui, per gentile concessione dell’autrice si riporta il testo:

A commento del “metalogo batesoniano” Dialogo sulla politica e in cerca di risposte, a interrogativi personali e ai quesiti posti qui da Gilberto Briani nello scritto Il Tao, la bellezza e il Padre, dopo aver accolto con piacere i suoi suggerimenti di lettura.

«A cosa serve un padre, in fondo? Serve a separare il bambino dalla madre e a dare un ordine al caos pulsionale del legame madre-figlio.

[…] Il Padre è un luogo logico dove il bambino può incontrare un annodamento tra la Legge e il Desiderio che possa funzionare per lui come tratto di identificazione all’immagine paterna.

[…] La funzione paterna è sia quella che opera un raffreddamento pulsionale e sia ciò che mostra l’esempio di una passione decisa, che guidando la vita del padre in senso ideale e pragmatico, come prassi quotidiana dell’applicazione del desiderio, sia da esempio al figlio. Essere applicati al proprio desiderio è il messaggio al figlio della figura del padre che resiste alla deriva di godimento presente nella società attuale. Un padre che possa trasmettere l’esempio di un annodamento tra il desiderio e la legge è la forma della prevenzione del disagio».

(Umberto Zuccardi Merli, Non riesco a fermarmi, 2012).

Questione maschile, “evaporazione” della figura paterna, sono concetti intorno ai quali – in ritardo, e troppo poco – si sta finalmente cominciando a discutere.

Luigi Zoja, psicanalista junghiano (Il gesto di Ettore, 2009), sostiene che il padre, a differenza dell’identità materna, è un’invenzione culturale, una costruzione storica comparsa nella scala evolutiva solo in tempi “recenti”, nelle ultime centinaia di migliaia di anni, e proprio per questo fragile perché non consolidato come ruolo attraverso tutti i passaggi dell’evoluzione come è stato quello femminile.

Secondo Zoja dalla rivoluzione francese in poi il legame più importante fra gli esseri umani diventa quello orizzontale, tra fratelli, e la responsabilità dell’educazione che fino ad allora era ricaduta sotto l’autorità del pater familias, da quel momento in poi viene spostata invece sullo Stato; la scomparsa del padre fa parte di una lenta decadenza, fino ad arrivare all’attuale ritorno a un’identità maschile di tipo pre-paterno.

Che oggi l’autorità simbolica del padre sia in declino, per non dire irreversibilmente tramontata, è innegabile, eppure la necessità della figura paterna sta riemergendo con forza; lo spiega molto bene Massimo Recalcati che chiama “complesso di Telemaco” questa nuova forma di disagio giovanile:

«Il complesso di Telemaco è un rovesciamento del complesso di Edipo. Edipo viveva il proprio padre come un rivale, come un ostacolo sulla propria strada. Telemaco, invece aspetta che la nave di suo padre -che non ha mai conosciuto- ritorni per riportare la Legge nella sua isola dominata dai Proci che gli hanno occupato la casa e che godono impunemente e senza ritegno delle sue proprietà. Telemaco si emancipa dalla violenza parricida di Edipo; egli cerca il padre non come un rivale con il quale battersi a morte, ma come un augurio, una speranza, come la possibilità di riportare la Legge della parola sulla propria terra. Se Edipo incarna la tragedia della trasgressione della Legge, Telemaco incarna quella dell’invocazione della Legge; egli prega affinché il padre ritorni dal mare ponendo in questo ritorno la speranza che vi sia ancora una giustizia giusta per Itaca. […]La domanda di padre, come Nietzsche aveva intuito bene, nasconde sempre l’insidia di coltivare un’attesa infinita e melanconica di qualcuno che non arriverà mai. Dal mare non tornano monumenti, flotte invincibili, capi-partito, leader autoritari e carismatici, ma solo frammenti, pezzi staccati, padri fragili, vulnerabili, poeti, registi, insegnanti precari, migranti, lavoratori, semplici testimoni di come si possa trasmettere ai propri figli e alle nuove generazioni la fede nell’avvenire, il senso dell’orizzonte, una responsabilità che non rivendica alcuna proprietà.

[…] In gioco non è l’esigenza di restaurare la sovranità smarrita del padre-padrone. La domanda di padre che oggi attraversa il disagio della giovinezza non è una domanda di potere e di disciplina, ma di testimonianza. Sulla scena non ci sono più padri-padroni, ma solo la necessità di padri-testimoni. La domanda di padre non è più domanda di modelli ideali, di dogmi, di eroi leggendari e invincibili, di gerarchie immodificabili, di un’autorità meramente repressiva e disciplinare, ma di atti, di scelte, di passioni capaci di testimoniare, appunto, come si possa stare in questo mondo con desiderio e, al tempo stesso, con responsabilità. Il padre che oggi viene invocato non può più essere il padre che ha l’ultima parola sulla vita e sulla morte, sul senso del bene e del male, ma solo un padre radicalmente umanizzato, vulnerabile, incapace di dire qual è il senso ultimo della vita ma capace di mostrare, attraverso la testimonianza della propria vita, che la vita può avere un senso».

Dunque la funzione paterna dentro il nucleo familiare e quella più generale, tra diverse generazioni, all’interno della società sembra essere identica.

Guardando indietro di qualche decennio, alla ricerca del filo spezzato in cui ravvisare ciò che è avvenuto (o non avvenuto) alle generazioni successive, trovo quanto ancora poco, o non abbastanza e troppo pudicamente a mio parere, abbiano raccontato di sé le ultime generazioni le cui idee e passioni – l’applicazione al Desiderio, appunto – siano state passione politica, impegno civile in prima persona, quando non direttamente in prima linea.

Al di là dei risultati ottenuti, anzi proprio insieme a questi, quali che siano stati (sconfitte, delusioni, disillusioni, errori,…), e con tutte le inevitabili conseguenze, individuali e collettive, credo sia importante trasmettere questa eredità, intesa come testimonianza, alle nuove generazioni.

Mutuando il concetto di Donald Winnicott riferito alle madri, sono convinta sia meglio avere un Padre sufficientemente buono che non averne nessuno.

Pubblicato il 18 novembre 2013 nel blog www.danielepugliese.it

Aggiunta pubblicata in data 26 novembre 2013: Una cara amica mi ha fatto notare, dopo aver letto il mio Post sopra pubblicato, che per rendere pienamente il significato della definizione di “madre sufficientemente buona”, proposto da Antonella Blanco, sarebbe migliore la definizione “un padre sufficientemente pieno di dignità”. Condivido pienamente questa notevole precisazione e propongo perciò che la nuova definizione sostituisca pienamente l’altra.

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