Un amplesso divino e l’amore di Dio

cantico_dei_canticiIl Cantico dei Cantici,

a cura di Guido Ceronetti

Milano, Adelphi, 1975

È il poema d’amore più conosciuto, più commentato, più tradotto nella storia, ed anche il più misterioso. Per padre Enzo Bianchi, fondatore e priore della Comunità monastica di Bose, scrittore, editore di Qiqajon, il titolo indica “il canto per eccellenza”, il più sublime tra tutti quelli cantati in Israele e in modo simbolico che la parola di Dio è presente in questo piccolo gioiello letterario così fortemente erotico. Assunto sin dall’antichità (Concilio di Yavnè, 90 d.C.) nelle tradizioni religiose dell’occidente – ebraica, cattolica, cristiana – e nel canone dell’Antico Testamento, il testo descrive senza mezzi termini un amplesso, la cui lettura è stata “freudianamente” rimossa in favore di una interpretazione mistica spesso tirata per i capelli.

Secondo Moshe Idel, massimo studioso di mistica ebraica, il significato originario è quello di un canto erotico, solo più tardi allegorizzato sia nella tradizione ebraica che in quella cristiana per adattarsi ai nuovi valori religiosi emersi a partire dal primo secolo dopo Cristo.

Enzo Bianchi ritiene che il Cantico celebri l’amore umano in tutte le sue infinite sfaccettature, alle quali si può alludere solo in chiave poetica: la lontananza, il cercarsi, il rincorrersi, il ritrovarsi, l’amplesso… «È significativo – sostiene – che il nome di Dio compaia solo alla fine, quando si dice che l’amore è una fiammata, è un fuoco divino. In questo senso, nella tradizione ebraica il Cantico è diventato ben presto simbolico dell’amore di Dio per il suo popolo; nella tradizione cristiana è normalmente simbolico dell’amore tra Cristo e la Chiesa o, in ambienti monastici, tra Dio, tra Cristo e il singolo credente. In questo cammino il senso letterale del Cantico fu totalmente oscurato. Quando però si trattò di inserire questo poema nel canone dell’Antico Testamento molti si opposero, proprio per gli espliciti riferimenti al sesso contenuti in queste pagine. Fu Rabbi Akiva a farcelo entrare, durante il Concilio di Javne (fine del I secolo d.C.), insistendo su quell’interpretazione.

Haim Baharier, le cui lezioni di ermeneutica biblica sono diventate cult, ritiene che da un punto di vista storico è legittimo avere dubbi sull’attribuzione del testo a re Salomone, citato 6 volte nel componimento. «Se però immaginiamo una sorta di casting – afferma – dobbiamo ammettere che il ruolo di autore del Cantico ben si addice a Re Salomone».

Moshe Idel ritiene che il testo sia più tardo di qualche secolo rispetto al regno di Salomone, ma che l’attribuzione sia stata fondamentale per far adottare il Cantico nel canone biblico.

Dello stesso avviso Enzo Bianchi per il quale il re Salomone e la regina di cui si parla nel Cantico sono in realtà un pastorello e una pastorella, me per una innamorata il suo amato è sempre un re e lei la sua regina. «L’amore descritto è quello di due ragazzi, è l’amore di tutti i ragazzi innamorati. L’autore, chiunque egli sia, è certamente un poeta raffinato, capace di descrivere l’amore con grande maestria».

Viviana Kasam, 30 ottobre 2011

Da Il Sole 24 Ore

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