Per uno yoga cristiano

La meditazione è un patrimonio dell’umanità. Nel senso che non è il frutto creativo di un pensiero originale né elemento di una particolare civiltà o cultura. La meditazione appartiene al patrimonio genetico dell’uomo così come la sua anima o il suo cervello. La sua pratica si perde nella notte dei tempi poiché si è sviluppata autonomamente nei paesi più diversi e sotto tutte le latitudini: «forme di proto-meditazione si trovano alla base dell’antico profetiamo, della teurgia, dello sciamanesimo, dei culti misterici, delle tradizioni magiche e insomma di quelle tecniche estatiche che appartengono al passato di tutti i popoli e rappresentano i vari tentativi dell’uomo di ritrovare la propria origine trascendente»[1].

Il primo atto meditativo dell’uomo, agli albori della sua storia evolutiva, è stata la contemplazione. In sanscrito il termine dhjana indica la meditazione e viene solitamente tradotto con «stato di sospensione delle modificazioni mentali», mentre sarebbe più opportuno «tradurre dhjana con contemplazione, concetto che sta appunto a indicare l’arresto del pensiero discorsivo di fronte a ciò che supera i limiti di comprensione della ragione…»[2].

L’immobilità di fronte alla vastità luminosa del cielo ha determinato agli albori dell’uomo un senso profondo di stupore di fronte all’“infinito”. Una emozione sottile e penetrante allo stesso tempo, che ha inserito l’umanità in un processo emozionale di consapevolezza crescente di quella dimensione che suggeriva confini oltre la propria stessa “carne” e nello stesso tempo creava le premesse per un percorso di allargamento e esplorazione di una dimensione interiore, fino a allora vissuta con immediatezza e irrazionalità.

È quella sensazione di sgomento che terrorizzava l’uomo primitivo (e non solo…) di fronte alla morte. Ed è la stessa sensazione di stupore e bellezza che apre il cuore tecnologizzato degli astronauti quando solcano nuove dimensioni cosmiche. Sono queste forti emozioni che, ripetute, instaurano il processo di consapevolezza e gettano le basi per la nascita di quella coscienza che sarà il fondamento dell’evoluzione dell’uomo.

Riportata la meditazione nel suo alveo primigenio, avendola svincolata da ogni teorizzazione sviluppatasi con il progredire del pensiero, possiamo allora approcciarci a lei, “considerandola” più come un’espressione dell’anima che come una tecnica psicologica per raggiungere la guarigione o uno stato di rilassamento: «Tolta dal contesto religioso la meditazione consiste semplicemente nell’imparare ad assumere un atteggiamento di apertura verso tutto ciò che si presenta alla mente, cercando nel contempo di esercitare una sorta di distacco. Proprio la sua semplicità la rende utile come tecnica di riduzione dello stress»[3].

Questo ultimo aspetto è un semplice corollario e, secondo la nostra prospettiva, non può essere rappresentativo dell’essenza della meditazione, fenomeno umano che affonda le sue radici in una profonda dimensione psichica.

Nella storia evolutiva dell’uomo, la meditazione ha avuto uno sviluppo parallelo a quello della coscienza. Dalla vastità sensoriale di un cosmo sovrastante l’essere umano, la meditazione si è progressivamente arricchita di un “cosmo” interiore, dilatando le possibilità intuitive dell’uomo. In altre parole la vastità del cosmo si è progressivamente specchiata nella profondità della coscienza: l’anima è diventata “cosciente” e la coscienza si è fatta “anima”.

Attualmente possiamo pensare la meditazione come un esperire la nostra più intima essenza. La possiamo considerare come un sistema per giungere alla conoscenza del proprio SÉ, qui e ora. Essa, infatti, inizia là dove si spengono i rumori, i brusii che il quotidiano accende nella mente di ciascun individuo, ormai confuso da una società sempre più smarrita in un processo autodistruttivo che investe i principi sui quali fonda la propria stessa esistenza.

La meditazione è una energica opera di pulizia di quella nebbia densa e grigia che si adagia pesante sugli strati più profondi della personalità, oscurando all’individuo tutte le possibilità di attingere alle risorse più chiare, spontanee e genuine che sono alla radice dell’essere.

Nel suo epistolario Padre Pio si raccomandava al Signore affinché risorgesse ancora una volta per liberarlo, innanzi tutto, da se stesso. Una intuizione fondamentale, il nodo centrale di ogni esistenza. È la chiave di volta sulla quale poggia ogni inizio di un percorso prima psicologico, poi spirituale. Gioco forza che divenga anche il primo e il più importante passo della meditazione: liberarsi da noi stessi, cioè dalle nostre abitudini, dai nostri meccanismi automatici nella vita di relazione quotidiana, dai nostri rigidi schemi mentali eretti a difesa del proprio piccolo e misero tornaconto, dalle nostre angosce esistenziali e soprattutto dalla nostra paura di vivere che riduce il respiro, che restringe il cuore, che limita ogni forma d’amore, e che ci rende vili di fronte alle grandi ingiustizie di questa terra[4].

Con il processo meditativo si opera una pulizia radicale delle proprie illusioni, delle proprie falsità, per accedere a una dimensione più genuina e reale del proprio essere. La meditazione vera e propria inizia quando la mente si placa e la calma, che è la vera discriminante per uno stato meditativo, subentra alla congestione provocata dall’affannarsi dei pensieri. Che cosa significa la calma? Potremmo definirla come l’assenza di agitazione, e più estesamente, come uno stato ove l’individuo è in contatto con le proprie esperienze e osserva quietamente i propri vissuti. La calma, che subentra nel processo meditativo e permette di osservare il proprio sé con disincantata sincerità, porta l’individuo a rendersi consapevole.

Ecco il secondo aspetto importante dopo la calma: la consapevolezza del proprio funzionamento caratteriale, visto non più con occhi indulgenti e benevoli, bensì come un modo difensivo di operare nella realtà. È un punto fondamentale da precisare: solitamente tutte le persone tendono a “considerarsi” in maniera distorta al fine di sentirsi accettate nel contesto affettivo in cui operano. Un’operazione che comporta generalmente una serie di limitazioni. Soprattutto una forte riduzione dell’espressività naturale e una contrazione della propria padronanza che sono le funzioni vitali basilari per una sana personalità, vista nella pienezza delle sue potenzialità.

Dunque, la “consapevolezza” delle proprie pulsioni sviscerate con spietata sincerità da una mente aperta e desiderosa di una vera chiarezza. È il percorso più duro, perché contiene “in nuce” un aspetto fondamentale: la resa dell’“Ego” a una dimensione più vasta, la psiche infinita. È la dimensione nella quale, a livello collettivo, il singolo può proiettarsi oltre il suo piccolo sé individuale per “conoscere”, oltre i confini naturali del proprio corpo, quelle possibilità di espansione a cui l’uomo, nella sua evoluzione, ha sempre aspirato.

C’è una profonda convergenza fra spiritualità e filosofia, fra psicologia e religione, proprio nell’importanza di questo punto: è l’Ego con la sua sovrastruttura di pulsioni, come l’ambizione, la sete di potere, la negazione di ogni sentimento positivo, il vero nodo che discrimina l’individuo dalla Persona.

La resa dell’Ego si configura, a livello emozionale, come una vera e propria catastrofe per l’individuo: «Chiunque faccia un serio sforzo di pregare interiormente, stando di fronte a Dio, con attenzione raccolta, diviene immediatamente conscio della sua disintegrazione interiore – della sua incapacità di concentrarsi nel momento presente, nel “Kairos”».[5]

Un processo che comporta quell’arrendersi del corpo che viene vissuto come un pericoloso abbandono di tutte le difese, fino a quel momento considerate pilastro della vita stessa. La resa si manifesta a livello fisiologico con una possibilità respiratoria più ampia, fino a quell’espirazione prolungata, con un senso di abbandono che può incarnarsi e farsi verbo: «Signore, fa di me ciò che vuoi…».

È da questo punto che comincia il processo di allargamento della coscienza vero e proprio. La consapevolezza, infatti, è sinonimo di conoscenza: e conoscere significa proprio ampliare il raggio della propria coscienza. Perché dunque seguitare a considerare “trans-personale”, ciò che non riusciamo a integrare come facente parte di un vero e proprio processo cognitivo? Tutta una serie di esperienze considerate “limite” sono invece il fulcro del nostro essere e il centro di una nuova consapevolezza che rende la dimensione uomo meno limitata dal funzionamento puramente intellettuale della mente.

In un articolo precedente avevo avuto modo di sottolineare l’importanza di una scoperta scientifica che convalida una tesi considerata acquisita a livello intuitivo ormai da molto tempo: «cognizione e emozioni si sono rivelati scientificamente come processi inscindibili dello stesso sistema dinamico»[6].

Ma come è successo per la rivoluzione einsteiniana, l’uomo ha seguitato imperterrito a vivere culturalmente con la fisica newtoniana, così anche questa scoperta non ha prodotto alcun cambiamento nelle coscienze dell’uomo: l’intelletto seguita a essere considerato il “dominus” e le emozioni le sue povere schiave, richiamate e scacciate a seconda del vissuto momentaneo…

Se la cultura ufficiale abbarbicata e chiusa nei suoi centri di potere si aprisse…! Se si potesse insegnare alle nuove generazioni che il Tempo è una variabile come il peso o la lunghezza;[7] se si potesse insegnare che quando pensi metti in moto un processo energetico globale, ovverosia il tuo pensiero scorre anche nelle tue viscere e si allunga nelle vene alla velocità della luce, forse…, forse la coscienza potrebbe integrare una consapevolezza ben più ampia, con conseguenze psichiche e morali inimmaginabili.

È quanto detto sopra che segna la grande differenza dal pensiero orientale, il quale rimane volto al “controllo” mentale come medium indispensabile per un’esperienza spirituale: «Al culmine della sua meditazione, passa nello stato di samhàdhi; il suo corpo e i suoi sensi sono ora in stato di riposo, come se egli fosse addormentato, le facoltà mentali e la ragione sono vigili come se egli fosse sveglio. La persona in stato di samàdhi è completamente conscia e vigile».[8]

Perché “limitare” alla ragione l’esperienza della meditazione? I sensi non possono essere a riposo, anzi debbono, nella nostra fantasia, essere sintonici a uno scambio energetico estremamente vivo fra i processi interni al corpo e le vibrazioni esterne ad esso. Uno stato “puramente” mentale non ha e non può avere lo stesso valore esperienzale di uno stato che fondi le sue radici nelle viscere stesse del corpo: è come se tutto il calore del corpo fornisse quella spinta potente affinché la ragione abbia un substrato energetico vivo e potente, tale da renderla non solo luminosa ma aspetto ben più importante, “numinosa”.

***

È poco diffuso accostare l’esercizio della meditazione con la pratica della preghiera. Generalmente l’una esclude l’altra o, più precisamente, viene consigliato all’orante un atteggiamento meditativo come corollario, mentre a colui che medita non viene generalmente additata l’importanza della preghiera. Questo distacco, oggi abbastanza evidente nella cultura occidentale e non, appariva meno netto nel periodo precristiano e nei primi secoli dopo Cristo. Le culture dell’occidente e dell’oriente erano molto più fluide nei loro scambi e influenze reciproche.

La costruzione temporale delle Chiese, e lo sviluppo degli Stati nazionali poi, delimitati sempre più in concezioni di supremazia e predominio, hanno progressivamente separato le due culture fino a coltivare e concimare una vera e proprio cultura dell’intolleranza reciproca che è sfociata in una inequivocabile e drastica dicotomia culturale: l’integralismo scientifico da una parte e quello religioso dall’altra!

Non voglio esplorare qui il perché la Chiesa cristiana abbia sempre diffidato delle personalità contemplative, quasi presagendo da esse un pericolo per la propria stessa struttura, né perché parimenti abbia cercato di evitare un confronto con le altre Chiese “sorelle”, barricandosi nel vicolo cieco della “supremazia” della propria visione teologica: «Nella renovatio della Chiesa di Cristo volta a trasformare la vita attraverso le opere di carità e giustizia sociale non possiamo, infatti, non chiederci perché essa continui a riproporre una visione di sé al di sopra della storia»[9].

Dal punto di vista qui assunto, rimane il fatto che una energia universale seguita a scorrere al di là di ogni visione teocratica e cerca attraverso piccoli rivoli di irrorare l’arida visione geocentrica.

È necessario perciò riscoprire un cammino unitario che comprenda la meditazione non solo come stato naturale di non-mente, bensì come pratica necessaria a lasciar affiorare una dimensione dell’essere che affondi le sue radici in una condizione di colloquio intimo e appassionato con l’altra Dimensione che solo la preghiera promette d’integrare.

La parola preghiera, nella sua accezione originale ha un significato preciso: «In aramaico, la parola che corrisponde a preghiera è slotha. Essa deriva dalla parola-radice sla, che letteralmente significa intrappolare o tendere una trappola. Così il termine preghiera nel suo senso iniziale suggerisce di preparare la mente come fosse una trappola, in modo da poter catturare i pensieri di Dio»[10].

Sembrerebbe perciò che già millenni or sono fosse ben chiaro l’atteggiamento che l’uomo doveva sviluppare per raggiungere un colloquio con Dio: preparare la mente per catturare la presenza di Dio. Il termine preghiera sembra dunque riunire due assunti fondamentali che nei secoli si sono progressivamente allontanati fra loro: la preparazione della mente e il colloquio con Dio.

Lo sviluppo dicotomico di questi due aspetti è lo specchio di quella separazione mente-corpo sulla quale la riflessione filosofica contemporanea più avanzata ha rivolto la sua completa attenzione: «Questo problema contiene grandi enigmi, che forse non saranno mai risolvibili. Esso è addirittura il problema più difficile e più profondo della filosofia, il problema centrale della metafisica dell’era moderna. E per noi uomini della massima importanza»[11].

È interessante notare come anche il processo di laicizzazione della cultura abbia favorito questo aspetto operando un distacco dell’atteggiamento meditativo da una dimensione interiore e spirituale a rituale medicalizzato per soli scopi di guarigione fisiologica: «È necessaria una chiara distinzione fra Yoga e Yogismo, tra un insieme di tecniche per equilibrare l’uomo, rilassarlo, liberarlo da certi suoi complessi, e quel tutto che è lo Yoga: spirito che tende a trasformare il corpo in uno strumento dell’uomo interiore e a rendere l’uomo interiore una guida illuminata del corpo».[12]

La preghiera è stata così relegata in un campo secondario e ristretto, direi “nazionalpopolare”, snobbata e praticamente avulsa dalla cultura della cosiddetta società civile e moderna. Il trascendente è stato progressivamente espulso dal quotidiano avanzare del pensiero cosiddetto “scientifico”, dogmaticamente precluso a ogni sapere intuitivo. Il feticismo della tecnica è il nuovo totem del villaggio globale. Scrive Rita Levi-Montalcini nel suo ultimo saggio: «Il valore da salvaguardare è innanzitutto l’uomo, la sua dignità e la sua libertà, e di conseguenza la possibilità di un futuro scientifico al servizio di questa stessa dignità e libertà.Occorre chiarire un equivoco spesso presente in questo tipo di discussioni e cioè l’idea che la scienza sia un valore assoluto, alla quale sottomettere tutto. »[13]

In questa prospettiva si rende utile riscoprire l’unità fra meditazione e preghiera, riavvicinando così finalmente la sorgente spirituale dell’oriente a quella dell’occidente. Già la preghiera esicasta era stata denominata come una sorta di “Yoga Cristiano”[14] probabilmente a imitazione di antiche tecniche yoga indiane: «Ogni creatura umana mormora inconsapevolmente col respiro la preghiera “Soham” (Sah=Lui; Aham= Io=Lui, lo Spirito Immortale, io sono) durante ogni inspirazione, così come durante ogni espirazione mormora “Hamsah” (Io sono Lui). Questo ajapa-mantra (preghiera ripetitiva e inconscia) continua in ogni essere vivente per tutta la vita»[15].

Nel 1956 il monaco J.M.Dé Chalet pubblicò in Francia un libro dove forse per la prima volta si propugnava esplicitamente una sorta di Yoga cristiano, tramite un misto di esercizi yoga e preghiere comunitarie.

(Il problema teorico di come potrebbe delinearsi nella pratica uno yoga cristiano che non sia una mediocre imitazione di tecniche, sarà tema di prossimo studio.)

È venuto perciò il momento di riportare alla luce questo essenziale filone oltrepassando barriere concettuali e geografiche, riscoprendo quella dimensione spirituale planetaria che affonda le sue radici nella sorgente divina. Meditazione/preghiera sono gli aspetti sincronici che sotto l’ombrello concettuale dello Yoga Cristiano manifestano finalmente la reale essenza dell’Anima Mundi.

Sri Aurobindo, il grande filosofo indiano, affermava spesso nei suoi scritti che solo un corpo glorificato poteva rivelare la luce di Dio. Che cosa voleva significare se non che solo una pienezza energetico-emotiva condensata in una dimensione archetipica, poteva stimolare un processo dove la psiche e corpo rimangano uniti in un abbraccio amoroso? Cosa voleva significare, se non che il corpo diviene strumento vibrante di quella corrente energetica che nasce da un’unica sorgente?

Meditazione, preghiera, colloquio con Dio: è il corpo redento alla luce dell’amore, la sola forza che può trasfigurare il significato dell’esistenza umana elevandola da un piano strettamente individuale a un progetto di vita comune. Un processo evolutivo umano finalizzato a un andamento cosmico, nel segno di una spiritualità che non “trascende” l’uomo, ma delinea la possibilità di un processo di “divinizzazione” della materia stessa e perciò del suo corpo.

Sarebbe auspicabile che lo Yoga cristiano fosse un processo di allargamento della coscienza con il focus in quella dimensione di amore che solo Cristo, nel suo messaggio all’umanità, ha saputo trasmettere. Se oggi decidesse di rinascere (ancora una volta nauseato dal livello morale dell’umanità a ben duemila anni dalla sua prima nascita…), forse non permetterebbe una nuova Crocifissione, forse oggi esalterebbe le immani risorse interiori dell’uomo (cognitive e emozionali…!) andando oltre quella tematica oscura del peccato originale, visibilmente poco adatta al nostro tempo.

Sarebbe un Cristo “gioioso”, dunque, il cui corpo, già redento alla nascita, porterebbe il “segno” spirituale di una materia creativa e affatto inerte e amorfa. Un Cristo di luce e non un Cristo potente inquisitore, tormentato dal Malefico: un Cristo maestro di vita consapevole di recuperare spazi sempre più ampi alla non-conoscenza di cui il Male è sempre stato padrone-tiranno. Un Cristo perciò vittorioso, che opera un vero e proprio processo globale d’integrazione dello Spirito divino con la natura umana:

« E a tutti quelli che l’hanno accolto ha dato il potere di divenire figli di Dio» ( Giovanni, 1:12)

Pubblicato su “Città di vita”, n. 5,settembre – ottobre 2004.

Note

 

[1]

Claudio Lamparelli, Tecniche della meditazione orientale, Arnoldo Mondatori editore, Milano, 1985, pag.7

 

 

[2]

 

Ibidem, pag.6

 

[3]

 

Daniel Goleman, Le emozioni che fanno guarire, Oscar Mondatori, Milano, 1998, pag. 105

 

[4]

 

«Ogni 60 secondi, in qualche parte del mondo, un essere umano viene ucciso da un proiettile», Amnesty International Report, 2004

 

[5]

 

Filocalia II, a cura di Giovanni Vannucci, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze, 1988, pag. 23

 

[6]

 

Gilberto Briani, La preghiera crea la materia, “Città di Vita”, n.3/2003, pag.251

 

[7]

 

“Einstein ci ha lasciato una importante eredità.Ci ha mostrato come il tempo sia parte del mondo fisico, e ci ha fatto dono di una magnifica teoria che fonde il tempo con lo spazio e la materia” in Paul Davies, I misteri del tempo,Arnoldo Mondatori Editore,Milano,1996, pag.317

 

[8]

 

B. K. S. Iyengar, Teoria e pratica dello Yoga, Mediterranee, Roma, 2003, pag. 48

 

[9]

 

Giovanni Manco, Chiesa, democrazia e potere, “Città di Vita”, Firenze, LIX, numero 3, pag. 215

 

[10]

 

Rocco A. Errico, Otto accordi con Dio, Macro Edizioni, Diegaro di Cesena (FC), 2003, pp. 12-13

 

[11]

 

Karl R. Popper, Tutta la vita è risolvere problemi, Rusconi, Milano, 1996, pp. 89-90

 

[12]

 

G. Vannucci, La ricerca della Parola Perduta, CENS, Milano, 1986, pag. 183

 

[13]

 

Rita Levi-Montalcini, Abbi il coraggio di conoscere, Rizzoli, Milano, 2004, pag.200

 

[14]

 

Anonimo, Lo Yoga Cristiano, a cura di Giovanni Vannucci, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze, 1978

 

[15]

 

B. K. S. Ijengar, op. cit. pag. 42

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