La preghiera crea la materia

“La preghiera crea la materia”. Come un lampo nella notte, questa semplice frase, mi è apparsa recentemente in sogno. Tutto qui, solo queste dense ma stringate parole. Le quali sono tornate alla memoria durante una conferenza della psicoanalista Simona Argentieri, che si è tenuta a Firenze il 13 aprile 2002, nella sala della Maddalena della basilica di Santa Croce, per iniziativa della Società toscana di medicina psicosomatica.

Aveva un titolo affascinante quella conferenza: “Materia che sogna”. Affascinante e denso di significati. Riporta direttamente all’annoso dibattito corpo-mente, a quella dicotomia ormai in odore di essere finalmente rivisitata anche da larghi settori della medicina ufficiale.

Finalmente, anche nelle scettiche coscienze degli addetti ai lavori è maturata l’idea che la vita emozionale dell’individuo possa influenzarne lo stato di salute. Da pionieristici, gli studi sull’argomento sono divenuti classici, soprattutto per quanto riguarda il concetto di stress.

La Sindrome generale di adattamento, come Hans Seyle ha chiamato lo stress[1], si è dimostrata realmente un fattore che ha una straordinaria ripercussione sul sistema nervoso, immunitario e endocrino.

Questa organizzazione difensiva si organizza più o meno secondo canoni abbastanza comuni e riconoscibili, tanto da poter essere delineati clinicamente. Allo stress si sono così potuti associare studi sui blocchi funzionali del corpo umano, dovuti proprio a questa sindrome.

Sensazioni, emozioni e sentimenti, gestualità e comportamenti, patologia e benessere, hanno perciò la loro radice nel corpo e da queste recenti basi teoriche si sono aperte nuove prospettive di cura[2]. E fin qui niente di nuovo.

La materia che sogna è già un grandissimo problema epistemologico: di quale materia si tratta? È la mente o il cervello? O l’uno e l’altro insieme? È la psiche o l’anima? Forse sono le percezioni o i processi corporei?

E, dall’altro lato, cosa rappresenta il sogno? È l’emanazione mentale del cervello? È un prodotto della psiche? È la sostanza dell’anima? Qual è il senso della sua innegabile intelligenza?

Con la preghiera creatrice di materia siamo evidentemente al paradosso perché qualunque approccio razionale salta di fronte ad un’ipotesi del genere.

Certo si potrebbe ipotizzare che sia una frase derivata da qualche conflitto interno del sognatore oppure da una sua scissione ancora inconscia. Oppure una reminescenza gnostica pescata in qualche dimensione archetipica. Ipotesi che darebbero una sicurezza a tutti gli interessati, lasciando tranquillamente tornare le coscienze al loro operare.

Ma se così non fosse? Se esistesse una reale opzione che ci potesse permettere d’indagare con serenità questo sogno?

Orlando Todisco ha scritto recentemente[3] di un nuovo progetto culturale: passare dal pensiero che pensa al pensiero che ama. È come dire che non basta l’intelligenza che forma il pensiero ma occorre privilegiare l’intelligenza del sentire, invisa alle coscienze razionalistiche per le temute somiglianze con il mondo animale.

È una proposta che vuole riportare la conoscenza nel suo alveo naturale. Non più un processo mentale freddo, di cui l’intelligenza artificiale rappresenta la méta ideale, bensì una conoscenza inscritta nel corpo pulsionale dell’individuo, nelle sue cellule, in una dimensione di consapevolezza che travalica i processi mentali e si fa coscienza allargata ai sensi propri dell’individuo e del mondo circostante. Una conoscenza che non delimita categorie ma instaura consonanze armoniche.

Ultimamente le neuroscienze hanno compiuto un miracolo affascinante: hanno trovato nei peptidi, microscopiche molecole, il “mattone biochimico” delle emozioni, dimostrando così quell’unità somato-psichica che la scienza cartesiana occidentale aveva rifiutato per secoli.

Scrive Candace B. Pert, la neuroscienziata che ha scoperto nel recettore degli oppiacei la componente primaria delle molecole delle emozioni:

potete immaginare i recettori come ninfee che galleggiano sulla superficie di uno stagno: proprio come le ninfee, infatti, hanno delle radici che affondano nella membrana fluida, attraversandola più volte con un andamento sinuoso per giungere, in profondità, nel nucleo della cellula… e più oltre… In sostanza, i recettori funzionano come molecole sensitive, come altrettanti sensori. Così come nell’organismo umano gli occhi, le orecchie, la lingua, le dita e la pelle agiscono da organi di senso così anche i recettori si comportano in modo analogo, solo che lo fanno a livello cellulare. Si librano sulla membrana delle cellule, danzando e vibrando, in attesa di captare i messaggi inviati da altre piccole creature vibranti che si diffondono nel fluido che circonda ogni cellula… e ciò che avviene poi è davvero sorprendente: il recettore, avendo ricevuto un messaggio, lo trasmette all’interno della cellula, dove il messaggio stesso può modificare lo stato della cellula in modo drammatico attraverso una reazione a catena di eventi biochimici”[4].

Arricchiti da queste scoperte, possiamo finalmente immaginare non più un corpo anatomico ed inerte composto da organi che funzionano meccanicamente, bensì un corpo vibrante in ogni sua componente, percorso da questi fasci di energie con varie forme e frequenze.

Un corpo perciò pervaso da una rete di informazioni, la quale collega fra loro tutti i sistemi e gli organi, sfruttando come mezzi di comunicazione le molecole delle emozioni. Insomma una sorta di gigantesco circuito che smista e riceve dati nello stesso tempo, controllando con intelligenza quel processo che si definisce vita.

Abbiamo così l’immagine bellissima di un cervello mobile, diffuso in tutti i punti dell’organismo in uno stato di perenne vibrazione.

Scrive ancora Candace B. Perth:

“l’espressione cervello mobile è una definizione calzante per designare la rete psicosomatica attraverso la quale le informazioni intelligenti viaggiano da un sistema all’altro. Ognuno dei sistemi della rete – quello neurale quello ormonale, quello gastrointestinale e il sistema immunitario – è fatto per comunicare con gli altri mediante i peptidi e i recettori dei peptidi che hanno la funzione specifica di trasmettere messaggi. A ogni istante si verifica nel corpo un massiccio scambio d’informazioni”[5].

Dunque, la cognizione è un fenomeno che si estende a tutto l’organismo, operante per mezzo di un’intricata rete chimica di peptidi che integrano le nostre attività mentali, emozionali e biologiche.

Cognizione ed emozioni si sono rivelati scientificamente come processi inscindibili dello stesso sistema dinamico.

Lo scenario che queste ricerche rivelano, ci appare improvvisamente come un arcobaleno che potrebbe unire cielo e terra: il fondamento biologico – o se si preferisce il mattone – su cui sostenere l’apertura a quel nuovo modo di pensare che Orlando Todisco auspica soprattutto per la nostra cultura materialista: il pensiero che ama.

È questa una tesi che pone notevoli problemi epistemologici, ammesso che ci si possano porre domande così inquietanti. Prima fra tutte: qual è il fondamento del pensiero che ama? Qual è il suo mattone o, come direbbe la Pert, il suo “peptide”?

Ancora una volta non possiamo che rivolgere il nostro sguardo al mondo delle emozioni. Non possiamo che affondare il nostro pensiero in questo incredibile universo di sentimenti che ci accompagna in ogni attimo della nostra vita.

Come chiamare questa possibilità, come definire quest’emozione? Religiosa o spirituale? Mistica o sacra? Incorporea o incorruttibile? Ed è proprio così importante definirla oppure possiamo lasciarla nell’evanescenza?

Se fosse vero che si tratta di un mattone così determinante per la nostra vita, allora sì; potrebbe valer la pena fare il tentativo di dargli una sua connotazione precisa.

In questo caso avremmo scelto “emozione religiosa”, nella sua accezione simbolica di sentimento legato alla pietà e alla cura.

Sono due caratteristiche dell’anima che ogni uomo farebbe immediatamente proprie. Un pensiero che ama non può non basarsi sulla pietà. La pietà non può essere che il supporto dell’amore verso il prossimo. Un amore privato della pietà sarebbe come un albero privato dell’acqua: il terreno diverrebbe arido e l’albero seccherebbe in breve tempo.

Alla pietà si lega naturalmente la cura. Sono come sentimenti gemelli, cresciuti nello stesso marsupio. Senza cura non ci può essere l’altro da noi. “Curare” il prossimo è curare l’altro come atto collegato più a un atteggiamento interiore che a un efficace obbiettivo da raggiungere. Curare è prendersi cura del “corpo” nella sua estensione più grande. Non significa guarire solo un organo malato, anche se ciò risulta funzionale. La cura va oltre, in una dimensione dove il fisico e lo spirituale convivono in una visione religiosa della vita. E in questa prospettiva la vita contiene la morte. Non la esclude né la esalta. Semplicemente la contempla come evento naturale e non catastrofico:

“osservare la morte tranquilla di un essere umano ricorda una stella cadente; una delle milioni di luci di un vasto cielo, che splende improvvisamente per un breve momento, solo per sparire per sempre nella notte infinita.”[6]

Come è vasto l’universo delle nostre emozioni! Come è inutile e limitato il nostro distacco oggettivante! Già Platone annotava che la filosofia non si origina altro che dallo stupore, collocando così la capacità di riflessione dell’essere umano proprio al centro delle sue esperienze emotive più arcaiche. Il distacco emozionale spezza proprio questo profondo legame – che senza esitazione possiamo chiamare archetipico – con la nostra storia evolutiva. Frattura che ci riporta drammaticamente al problema dei problemi: il nostro Ego.

Parliamo della tirannia sul nostro atteggiamento interiore e sul nostro agire, dell’illusione di poter piegare la vita stessa a fini utilitaristici. L’illusione della propria onnipotenza sostituisce una visione reale della vita. Ne deriva un’energia così dirompente e negativa da precludere il fluire di ogni onda positiva. La sensibilità dell’animo ne soffre fino al punto di sostituire, in ogni relazione con il prossimo, la sua fondante gentilezza con un senso di supremazia: l’amore è barattato con il potere.

Dalla mente che ama alla preghiera tramite l’emozione religiosa. Questo potrebbe essere il percorso che si dipana dal sogno. Lasciamo allora che questo filo fluttui libero nel mare delle nostre sensazioni, le quali sono conoscenze. Lasciamoci trasportare da altre domande, a cui non chiedere risposte certe ma nuovi cenni, spunti, apparizioni fugaci ma scintillanti.

Se la mente, dunque, può trasformarsi in materia, perché allora l’emozione religiosa, la cui forma più alta è la preghiera, non potrebbe creare materia? E a quale creazione allude? Una creazione di materia dal nulla o una trasmutazione alchemica?

Ci è richiesto, drammaticamente dal sogno, uno sforzo di comprensione notevole. Ma forse, più esattamente, una forma superiore di conoscenza: la fede.

Perché, infatti, la conoscenza dovrebbe essere privata del fertile terreno della fede?

La ricerca sta divenendo sempre più allargata. In modo silenzioso e lentamente sta rivoluzionando i metodi e il sapere. Si ha l’impressione che tanti studi e ricerche tendano a unirsi, a muoversi verso la stessa direzione: là dove si può esplorare una energetica umana che travalichi la fisica, la biologia, la stessa psicologia.

Questo movimento concentrico verso il fenomeno umano ha sempre più bisogno di categorie diverse. E’ qui, fra queste, che prende forma la preghiera. Essa è emanazione sublime del nostro essere corpo.

Considerata come un atteggiamento interiore universale che appartiene a tutte le razze e a tutte le culture fin dai primordi della storia dell’uomo, la preghiera è sempre stata l’ultima speranza, l’argine alla disperazione umana. Oltre a rappresentare un atto d’amore verso Dio, essa ha reso l’uomo umile e reale di fronte all’esistenza. E qui risiede la sua innegabile importanza.

Ma nel sogno la preghiera non rappresenta più questo atteggiamento interiore: diviene energia spirituale. Non più una preghiera antropomorfa bensì una energia sottile che proviene dalla coscienza allargata dell’uomo. Di più: energia creativa.

Ma ci resta da chiederci come saltare da un’emozione che esprime un sentimento spirituale ad un’emozione fonte di energia. E che tipo di energia sia, se ha la forza di sommuovere i legami della materia. Questo salto di comprensione, almeno nella nostra personale esperienza, è molto difficile.

La nuova dimensione, forse, va ricercata proprio in una qualità della materia molto speciale. Una qualità dell’anima. Di quell’anima che, vibrando nella preghiera, si unisce a Dio e trasmette la propria vibrazione amorosa al corpo, coinvolgendolo totalmente e facendolo risuonare per ogni dove.

Sta proprio in questa dimensione la potenzialità creativa della preghiera. Sono le vibrazioni d’amore che rendono possibile la creazione di quella materia che diviene corrispondentemente un elemento costitutivo della Luce divina.

Questo processo è costantemente in atto e concorre a trasformare noi stessi e il nostro essere nel mondo, il Dasein. Nodo cruciale, questo, della nostra esistenza che, nella sua breve e limitata durata, contiene in nuce una grande potenzialità creativa e sublime: la possibilità di andare oltre il limite definito del nostro agire per proiettarci in un’avventura che ci catapulta in una dimensione sovra-personale. Una dimensione che investe tutto il nostro essere in una interezza mai sperimentata prima, entro la quale si trova la possibilità di tenderci in una direzione ben precisa e significante. Tale tensione, ferma e fluida nello stesso tempo, diviene immagine psichica e corporea che si lega finalmente a un destino più grande.

“Creare è unire”, scriveva Teilhard de Chardin, e la preghiera unisce Dio alla materia creata.

Pubblicato su “Città di vita”, anno 57, n. 3, maggio-giugno 2002, pp. 251-6.

Note

[1]

Essendo, per sua stessa definizione, un concetto misurabile, lo stress è stato accettato facilmente dalla comunità scientifica.

[2]

Riguardano tutta l’area della medicina vibrazionale, cioè dall’omeopatia all’agopuntura, dai fiori di Bach alla cromoterapia, senza contare tutta la disciplina delle psicoterapie corporee.

[3]

Orlando Todisco, “Alle sorgenti francescane della riconciliazione”, in Città di Vita, anno 57, n.1

[4]

Candace B.Pert, Molecole di Emozioni, Milano Corbaccio, 1997, pp.24-25

[5]

Ivi, p.225

[6]

Elisabeth Kubler-Ross, La morte e il morire, Assisi, Cittadella editrice, Settembre 2000, p.303

One comment on “La preghiera crea la materia

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