Il Tao, la bellezza e il Padre

Raccolgo con piacere gli stimoli di Daniele e Antonella Blanco nel testo intitolato Whitman, l’anima e il corpo [1]per fissare alcuni rapidi pensieri.

Dopo che Lowen ebbe pubblicato il libro La spiritualità del corpo, chiesi al suo principale assistente e intimo amico, Lenny Hochmann, anche lui ebreo nel corpo e nella mente, cosa ne pensasse, mi rispose che ”… non sono interessato agli scritti di un Rabbino…”, rimasi come paralizzato da questa risposta.

A distanza di molti anni, adesso posso comprendere la sua stizzosa critica. A Lowen veniva contestata la sua apertura “spiritualistica” che allontanava la teoria bioenergetica dalla sua base strettamente biologica e organicista. La dualità corpo-mente che Lowen, sulla scia di Reich, risolveva nell’unità dei processi energetici non poteva essere messa in discussione introducendo un terzo elemento che simbolicamente trasformava la dualità in una trinità: corpo, mente e spirito. E questo per Hochmann e molti altri ancora era ed è tutt’ora inaccettabile.

Fu una rivolta verso il Padre? Probabilmente sì. Come sempre un leader carismatico costella ombre omicide nei suoi figli-seguaci e i fatti che seguirono lo dimostrarono: Lowen negli ultimi anni della sua vita fu di fatto estromesso dalla poderosa organizzazione dell’Istituto Internazionale di Analisi Bioenergetica.

Secondo Massimo Recalcati che ha recentemente scritto il libro Il complesso di Telemaco la figura del Padre è ormai al tramonto e i figli, come Telemaco, sperano nel rientro in patria del Padre-Ulisse per rigenerare la famiglia e lo stato, ristabilendo un ordine che più non esiste.

La mia domanda è: è mai esistito nella nostra società un ordine che fosse realmente radicato nella terra e non quello di facciata, che soddisfa l’apparenza di una società certamente maschilista ma che nasconde nel suo grembo un maschio fragile e bisognoso? In fondo, non è stata e seguita a essere, la nostra, una società matriarcale?

Rose color lavanda.
Fragranza incarnata,
sacerdotale sfumatura d’alba,
spirito che si dischiude.

Così il Tao suggerisce e definisce la bellezza nelle sue manifestazioni più semplici e profonde: la rosa che emana una fragranza così avvolgente da sembrare energia incarnata fino alla manifestazione della profondità dello spirito che in tanta bellezza si manifesta.

Così per l’uomo trovare la sua bellezza diventa necessario coltivare le rose nel suo giardino (nella filosofia indiana il corpo è chiamato il “giardino dalle nove porte”) per affinare giorno dopo giorno la sua energia e renderla sempre più sottile e nello stesso tempo più umana, con questa parola intendendo le qualità umane che trovano nell’etica la loro risonanza. E infatti etica e bellezza sono congiunte nel pensiero di Lowen. E bellezza, vuol dire anche dignità, grazia del corpo, espressione di uno stato innocente e armonioso con una spontaneità naturale e aggraziata che dona luce alla persona e la trasmette all’ambiente circostante.

Se pensiamo alla nostra società, a qualunque livello, quanto cammino rimane da percorrere!

Note:

[1]

Il riferimento è al testo intitolato Whitman, l’anima e il corpo pubblicato il 29 giugno 2013 nel blog www.danielepugliese.it qui riprodotto integralmente per gentile concessione dell’autrice.

Corpo, mente, chimica, piacere, sensazioni ed emozioni. Si sono moltiplicati nel mio blog gli scritti sull’argomento miei e di altri: Gilberto Briani, Guido Guidoni, Lorna Smith Benjamin, Antonella Blanco. Proficuo lavoro che penso possa tornar di giovamento ai lettori, essendo argomenti accantonati ai quali non si vuol prestar attenzione per timore di sentire e riconoscersi. In Del piacere e altri demoni ho ospitato uno scritto di Antonella Blanco che terminava così: «Da qui, però, il discorso si allarga e si fa più complesso addentrandosi più propriamente nel tema del corpo; ma questa, come si dice, è un’altra storia». Pubblicandolo la invitavo a proseguire e a far conoscere quest’altra storia. Lei si è presa l’impegno ed ecco cosa scrive:

“Senti, m’informò l’anima,
scriviamo per il corpo (siamo infatti una cosa), versi tali […]”

(Walt Whitman, Foglie d’erba, 1855)

Il discorso, onestamente, si potrebbe già chiudere qui: un invito a leggere, o rileggere, Whitman che sul corpo ha scritto e intuito così tanto. Invece, con una certa hýbris da parte mia, decido di affrontare il tema e impelagarmi in riflessioni che saranno – per forza di cose – parziali, quindi non esaustive e di parte.

Quello che Whitman cantava nelle sue poesie era l’individuo intero; l’idea, rivoluzionaria per l’epoca (scabrosa e da censurare, per i suoi detrattori), che corpo e mente fossero non solo indissolubilmente intrecciati, ma che proprio dalla concretezza del corpo avessero origine anche i nostri sentimenti, trovava d’accordo personalità come William James, filosofo e psicologo, tra i fondatori della psicologia sperimentale. James come Whitman, del quale apprezzava molto la poesia, sosteneva nei suoi Principles of Psychology (1890) che i nostri sentimenti emergono dalle interazioni tra il cervello e il corpo, non da una qualche regione situata in uno dei due.

Le ipotesi innovative di James, criticate per buona parte del’900 da diversi fisiologi, pur se ancora passibili di modifiche erano fondate.

In particolare, le ricerche di questi ultimi decenni hanno cominciato a rivelare nei dettagli la coreografia interattiva che impegna incessantemente corpo e cervello. Molto si deve ai recenti e interessantissimi studi del neurologo portoghese Antonio Damasio: secondo le sue teorie sia le emozioni che i sentimenti delle emozioni (quelli che lui chiama sentimenti primordiali) ovverosia le percezioni composite di quello che accade nel nostro corpo e nella nostra mente quando ha luogo un’emozione (l’aspetto sentito delle percezioni), trovano nel corpo un componente essenziale e indispensabile nella genesi degli stessi. Con i segnali provenienti dal corpo, opportunamente elaborati dai neuroni del tronco encefalico, il cervello ne traccia mappe accuratissime per ricreare costantemente i suoi stati effettivi e dare così al corpo stesso le informazioni necessarie per mantenere il suo normale equilibrio, ma anche per trasformare tali segnali e, in modo assolutamente impressionante, simulare quelli che non si sono ancora verificati: Damasio lo chiama il circuito corporeo “come se”, necessario per anticipare e velocizzare risposte (motorie ed emotive), sviluppare strategie cognitive, provare empatia nei confronti degli altri e interferire – in modo più o meno vantaggioso – con la trasmissione stessa di detti segnali corporei, come nelle situazioni di paura o di forte stress, o ancora dopo l’assunzione di analgesici, alcol e altre droghe d’abuso.

Le sensazioni generate dal corpo diventano così un elemento essenziale per il pensiero razionale:

“[…] i pensieri formati nel cervello possono indurre stati emozionali poi eseguiti nel corpo, mentre quest’ultimo può modificare il paesaggio cerebrale e pertanto il substrato dei pensieri.
[…] I neuroni per fare il loro lavoro hanno bisogno per così dire dell’ispirazione proveniente da quel medesimo corpo che devono sollecitare” 

(A. Damasio, Self Comes to Mind, 2010).

La forte resistenza a considerare mente e corpo come un tutt’uno pervade fin dalla sua nascita tutta la tradizione filosofica occidentale. La storia del dualismo mente-corpo, infatti, è antica: già in epoca precristiana Platone parlava di “prigione del corpo”; anche se è con la successiva affermazione della cultura cristiana che il concetto generale della lotta dell’anima per emanciparsi dalle catene materiali del corpo raggiunge il suo apice per diventare una vera e propria etica della rinuncia e del sacrificio ai piaceri sensibili. Influenza decisiva ebbe poi nel XVII secolo il pensiero di Cartesio, con la sua necessità di prendere le distanze dall’inganno dei sensi a favore della certezza del cogito, unico mezzo che ci permetterebbe di aderire alla verità. Per secoli, dunque, il corpo è stato concepito come la controparte negativa dell’anima, la corruttibilità e contingenza del primo contrapposte all’immaterialità e alla rilevanza della seconda.

Eppure, ancora oggi, nonostante ormai le moderne neuroscienze dimostrino il contrario sembra che tale dualismo non sia stato sradicato del tutto.

“[…] Persiste la tendenza ad allontanarsi dal corpo e dalla sua materialità, mentre la ‘volontà’ ha finito col prendere il posto un tempo occupato dall’anima. Il corpo continua a essere pensato come richiamo ai limiti e alle fragilità dell’uomo, segno irredimibile del radicamento dell’essere umano nella materia. […] L’idea che il corpo rappresenti un fardello di cui è necessario sbarazzarsi per poter essere liberi non ha cessato di ossessionare la modernità. A differenza del passato, tuttavia, il rifiuto del corpo non viene più affermato in nome della verità o della virtù bensì del potere e della libertà: l’idea di vivere in un mondo libero dal corpo rinvia al sogno di non essere più soggetti a costrizioni, di non dover più accettare le proprie debolezze e uscire dal regno della finitudine; al sogno di sbarazzarsi dei condizionamenti corporei fa eco la fantasia di onnipotenza della volontà.
L’unico corpo che oggi sembra essere bene accetto è un corpo assoggettato al proprio dominio. Dalle immagini della pubblicità ai videoclips ci troviamo di fronte a un numero crescente di rappresentazioni che alludono, in un modo o nell’altro, all’idea di ‘controllo’: esibire un corpo perfettamente assoggettato diviene la prova più evidente della capacità di un individuo di assumere il controllo della propria vita. Nasce da qui nelle donne e anche negli uomini l’esigenza di ‘proteggersi’ dai segni del tempo e di rimodellare l’aspetto attraverso il regime alimentare, l’esercizio fisico, la chirurgia estetica. Ogni persona ‘degna di attenzione’ non può che dedicare una ‘cura attenta’ al proprio corpo, sottraendolo alle minacce più temibili: l’eruzione della carne, la gioventù che si allontana, le dissimmetrie del viso. […] Ancora una volta il corpo sembra ridotto a una materialità malleabile, al punto che il suo valore non dipende da ciò che il corpo è, ma da ciò che il corpo può diventare”

(M. Marzano, La philosophie du corps, 2007)

Sottoposto al dominio della volontà e all’imperativo culturale del controllo, il corpo addomesticato diventa un oggetto di consumo tra i tanti che il mercato ci offre. La spinta ad aderire acriticamente a un corpo unico, un modello esteticamente e morfologicamente corretto, è fonte di una conflittualità continua.

Con sempre maggiore frequenza il corpo diventa, in alcuni casi, vero e proprio terreno di scontro: nelle cosiddette patologie del comportamento alimentare, ad esempio, pratiche femminili del rifiuto come sono state definite, il corpo viene trasformato nello strumento stesso di tale rifiuto, anche se in realtà ciò che si respinge è il legame con l’altro e la dipendenza – con i suoi rischi – che questo implica.

La negazione paradossale della realtà materiale del corpo, che rimanda a tutto ciò che vorremmo allontanare da noi – fragilità, limiti, malattie, morte, ma anche sudore, secrezioni, imperfezioni, odori – spiega l’attuale tendenza a considerare il corpo stesso solo come un segno, un’immagine. Riporto da uno scritto di Piero Camporesi:

“Il corpo, lavato, accarezzato, massaggiato, depilato, deodorato, ha debellato i bacilli perversi della nevrosi sessuofobica, la ginofobia alimentata dalla cultura della penitenza, ma ha anche gravemente impoverito l’arsenale erotico che per molti secoli si era arricchito di grevi richiami olfattivi, gustativi, tattili. Molto più dei filosofi, degli ideologi, dei predicatori, dei trattatisti pensosi, dei teologi meditabondi, la forza asciutta di un semplice assorbente o la carezza di un bagnoschiuma sono riuscite laddove la cultura dell’anima sarebbe fallita”.

Il successo delle relazioni virtuali, quasi ci fosse un desiderio di svincolamento da contatti personali troppo stretti, è solo una delle tante ripercussioni di questa progressiva “smaterializzazione” del corpo.

Nonostante l’evidenza che la storia di ciascuno sia inscritta nel proprio corpo, questo sembra viaggiare ormai in balia del vuoto; l’operazione continua di correzione e normalizzazione di ogni diversità ha stravolto l’idea stessa di bellezza vissuta oggi principalmente come espressione di successo sociale e dominio di sé.

Ancora una volta trovo pertinenti e chiarificatrici le affermazioni di Alexander Lowen:

“Sarebbe strano se non ci fosse alcuna relazione tra la bellezza e la salute. O forse le nostre idee di bellezza e di salute vanno riviste. […] Se la bellezza viene tenuta separata dalla salute, è dissociata dai più significativi aspetti dell’esistenza. I greci, la cui cultura è una pietra miliare della nostra, non facevano distinzione tra bellezza e salute: la bellezza fisica era ammirata come un’espressione stessa della salute. Le loro sculture mostrano il rispetto che avevano per la bellezza del corpo umano. […] La bellezza denota un’armonia degli elementi, l’assenza di manifeste sproporzioni, la presenza di un’eccitazione interna che irradia la visione totale. Ma la bellezza non è limitata al senso della vista. La musica è bella quando è piacevole alle nostre orecchie. La cacofonia, o anche solo un suono dissonante, ci fa trasalire. Il piacere del bello deriva dalla sua capacità di eccitare i nostri ritmi corporei e stimolare il flusso di sensazioni: i nostri sensi e sensazioni si combinano per dirci come rispondere. […] Nell’organismo animale l’eccitazione e il flusso di sensazioni associate con il piacere si manifestano fisicamente come grazia. La grazia è la bellezza del movimento e completa quella della forma in un organismo sano. […] Bellezza e grazia sono gli obiettivi verso i quali sono diretti i nostri sforzi consapevoli. Vogliamo essere più belli e aggraziati perché sentiamo che è la via per la gioia. La bellezza è l’argomento di gran parte del nostro pensare: la bellezza del nostro aspetto, quella del nostro ambiente, quella del nostro lavoro. Bellezza e grazia sono la verità del nostro essere. Nonostante ciò, il mondo imbruttisce continuamente. Che la bellezza sia diventata un ornamento anziché una virtù? Qualcosa di grave ci manca: abbiamo separato la ragione dalla bellezza”.

E ancora, aggiungo, abbiamo disimparato a prestare attenzione ai nostri sensi, ad ascoltare il tempo che battiamo, e a ballarci sopra.

“Cibo, luogo, tempo. Ve n’è in abbondanza. Tutto si muove lentamente. In profondità.
Non mi preoccupo del mio stomaco perché non è una cosa separata da me e io non sono una merce.
Né cerco di migliorare il mio aspetto. Non mi muovo alla velocità consigliata per diventare un oggetto lustro e commerciabile. Non competo.
Il mio corpo non è un meccanismo che devo conquistare o controllare. Né un mezzo per un fine.
Il mio corpo è tutt’uno con ciò che mi circonda”

(Eve Ensler, Good Body, 2005)

Antonella Blanco

Pubblicato il 6 luglio 2013 nel blog www.danielepugliese.it

Commento di Antonella Blanco pubblicato il 6 luglio 2013:
Ringrazio molto il dottor Briani per la considerazione davvero immeritata alle mie confusioni. È molto bello quello che ha scritto, ha colto con intelligenza spunti appena accennati, il discorso si è allargato verso direzioni che mi sono care; ne sono contenta. Grazie ancora.

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