Il salto quantico

Il primato del vero, dell’oggettivo e dell’universale affonda le sue radici in un’onda complessa: quella provocata da un’emozione fra le più antiche che si siano formate durante l’evoluzione dell’uomo: lo stupore.

Questo avvicinarsi alla sorgente della Vita, questo contemplare l’infinito spazio del cielo stellato, questo smarrirsi nella “infinitudine” del cosmo, porta inevitabilmente a quello sbigottimento dell’anima, a quel coinvolgimento nelle volute del cosmo, da ingenerare nell’essere umano la certezza creativa di far parte attiva del respiro cosmico della Creazione:

Laudato sìe, mi Signore, cum tucte le tue creature,

spetialmete messer lo frate Sole,

lo quale è iorno, et allumini noi per lui.

Et ellu è bello e radiante cum grande splendore:

da Te , Altissimo, porta significatione.

Laudato si, mi Signore..

Con S. Francesco allora possiamo forse affermare che è proprio lo stupore al centro del più complesso dei viaggi che l’uomo può compiere:il viaggio interiore.

Oppure, nello specchio riflesso della storia del pensiero umano possiamo ipotizzare con Ernesto Balducci che “…la disposizione alla meraviglia è proprio della natura del filosofo e che la filosofia non si origina altro che dallo stupore”.

Ma se la ragione si stacca da queste sue abissali sorgenti emozionali, non può che cadere in una sterile razionalità. Se poi diventa l’unico metro valutativo del carattere morale dell’azione umana, ne avrà una visione ben limitata e la prospettiva di ridurre la realtà a un puro sofisma filosofico. Dove si pensa e si vive “etsi Deus non daretur”, come se Dio non ci fosse, Dio inteso come personificazione dell’amore, l’umanità si muoverà in uno scenario costantemente mosso da comportamenti umani, paradossalmente, irrazionali. Scenario che la storia dell’uomo evidenzia in maniera macroscopica.

Ciò premesso, sembra evidente che l’uomo non può seguitare a usare la ragione come unico criterio di verità. Essa, nel suo essere strumento di conoscenza fondato nel mondo emozionale, non può che affiancarsi all’intuizione e, stanca d’interrogare, lasciarsi indugiare nei propri confini, per potere finalmente stupirsi di fronte all’abisso di luce che intravede, al di fuori di ogni logica e di ogni schema.

È questa la dimensione vera, immediata della natura dell’essere umano. Una natura che nei suoi figli migliori, rivela la sua unicità: al corpo materiale di qualunque genere sia, vivente o non vivente, corrisponde un corpo intuitivo, spirituale, … “radiante cum grande splendore”…

Questa unicità è, purtroppo per noi, ignorata. Materia e Spirito sono due forze, anzi, sono le due forze che segnano, compongono il cosmo ma che ancor oggi l’uomo separa, divide. Non è la popolare dicotomia corpo-mente quella che danneggia la conoscenza dell’uomo. La disastrosa dicotomia che seguita invece a persistere tenacemente da secoli, è quella fra Materia e Spirito. Essa ha privato il corpo, la materia della sua componente emotiva, considerandola ininfluente per le sue osservazioni, ma ben più miseramente, lo ha privato della sua componente spirituale, del soffio della sua sapienza, del suo lato psichico femminile, riducendo così la materia a ente amorfo, guidato dalle sole leggi della meccanica razionale.

Jung nel suo studio sull’Alchimia aveva già evidenziato come i contenuti dell’inconscio aspirino a una convergenza unitaria degli opposti, attraverso delle rappresentazioni simboliche. La famosa quadratura del cerchio, che Jung rintraccia soprattutto nelle immagini dei mandala tibetani e che appaiono nei sogni dei suoi pazienti, sotto forma di simboli analoghi, sono considerate da lui come le immagini che manifestano l’antica aspirazione dell’uomo a superare questa dualità e ritrovare nell’Unità della Prima materia il principio unificante della coscienza.

Quando nel Rinascimento alla visione alchemica piano piano si è sostituì una visione razionale e concreta, non solo fu fondata la Chimica inorganica, ma il metodo della scienza stesso. Con questa operazione, la cultura occidentale e con essa, la società occidentale, perse l’Anima, intesa come la dimensione emozionale sottesa nella visione femminile del mondo.

Una frattura quindi, si aprì nella nostra civiltà a ritmi vertiginosi: da un lato una scienza rigorosa e oggettiva e dall’altro un rifiorire recondito di un filone mistico-religioso, considerato poi come un aspetto sublimato dell’energia sessuale.

Un Titano orgoglioso e freddo si è così impadronito della ricerca scientifica. Un processo sempre più travolgente di concezioni cosiddette laiche e razionali ha investito, sotto la falsa forma di un moderno scientismo, le discipline del sapere.

Ma come sempre succede nella storia del pensiero umano,una polarità ha generato quella opposta e così si sono levate voci potenti e isolate contro questa concezione riduzionistica del pensiero.

Una delle più importanti è quella di un paleontologo famoso, uno scienziato, un gesuita francese, Padre Theilard de Chardin, vissuto nelle prime decadi del ‘900, che riunì in un pensiero complesso, sia le nuove conoscenze dell’universo sia le profonde intuizioni della fede cristiana. Due aspetti che si fondono in modo straordinario, ciascuna illuminando e arricchendo l’altra. Scrive:

“In virtù del meccanismo dell’evoluzione, nel ciclo della nostra Creazione, l’Uno nasce dal molteplice, il semplice si forma per unione di una complessità, lo SPIRITO è fatto mediante la Materia. In questo modo la complessità organica e la semplicità psichica non si oppongono nel divenire: L’una, infatti, è la condizione dell’apparizione dell’altra.”.

Da questa fusione fra concezioni religiose e teorie scientifiche nacque in lui l’idea di un universo come un “ambiente divino”, permeato sempre dalla presenza di Dio.

All’interno di questo ambiente divino e con questa prospettiva, Theilard concepì una storia evolutiva del cosmo guidata e organizzata secondo un processo divino che si muove sempre, secondo la sua stessa natura, attraverso tensioni e sofferenze, verso un punto finale ‘Omega, nel quale , come scrive, “l’uno sostanziale e la molteplicità creata si fondono, senza confondersi, in un Tutto”.

Ma dove si è nascosto in questi secoli di progresso scientifico quel povero Spirito? Dove è finito quell’amore imbrigliato fra spirito e materia di cui ogni essere sente il desiderio di vivere e manifestare?

Entriamo allora per un attimo nei meandri segreti di questo rifugio dove le anime più profonde della spiritualità si erano nascoste e avevano conservato questo tesoro, per restituirlo poi integro all’umanità tutta.

Scrive, per esempio, S.Giovanni della Croce.

 Godiamo l’un l’altro, Amato

In tua beltà a contemplarci andiamo,

sul monte e la collina, dove acqua pura sgorga:

dove è più folto dentro penetriamo.

È l’estasi mistica il giardino dai frutti dorati, il luogo ove alcuni eletti hanno riposto il profondo anelito unificante fra la materia e lo Spirito. E’ nella visione estatica della personalità mistica che la materia si è fatta Spirito e questo ha trasmutato la materia inerte in un palpito divino:

Chi ha voluto dialogare con Dio, con l’amore, allora se ne è dovuto andare dal mondo e isolarsi: il viaggio interiore diventa percorso irto di difficoltà e sofferenze. Un cammino di ascesi volontaria nei luoghi più remoti e lontani da ogni contatto con l’umana gente. Dio, l’amore, non abita più su questa terra ed è stato cacciato

Un cammino dove la materia e l’afflato spirituale si fondono in una erotica osmosi con immagini sublimi. Scrive Teresa d’Avila:

“Gli vedevo nelle mani un lungo dardo d’oro. Pareva che me lo configgesse a più riprese nel cuore così profondamente che mi giungeva fino alle viscere, e quando lo estraeva sembrava portarselo via lasciandomi tutta infiammata di grande amore di Dio. Il dolore della ferita era così vivo che mi faceva emettere dei gemiti, ma era così grande la dolcezza che mi infondeva questo enorme dolore, che non c’era da desiderarne la fine. Non un dolore fisico ma spirituale, anche se il corpo non tralascia di parteciparvi un po’, anzi molto..”

La metafora profana serve a santificare Dio, la metafora sacra serve a istallare gocce d’amore. Un amore profondo in ogni caso, un amore che si rinnova e si genera in ogni attimo nella dinamica della vita di ciascuno come nella morte , come in questi versi di De Quevedo, poeta spagnolo del XVII secolo:

Il corpo lasceranno, non l’ardore;

anche in cenere, avranno un sentimento;

polvere saranno, ma polvere innamorata.

( polvo saran, mas polvo enamorado)

Oppure andiamo alle origini con l’inizio del Cantico dei Cantici:

 Mi baciasse con i baci della sua bocca!

Davvero, il tuo amore è inebriante più del vino!

Per fragranza i tuoi profumi sono ottimi:

profumo che si spande è il tuo nome.

Ecco la sintesi, ecco il momento culminante della vita, dove sensazioni, emozioni, sensualità e spiritualità si avvolgono e s’intrecciano l’uno con l’altra, ove il nome di Dio è profumo che si spande e lo Spirito sono i desiderati baci sulla bocca o l’ebbrezza del vino! Ancora entriamo un attimo nelle profondità del pensiero orientale come in questo Inno Hindù-Bali:

Il nostro Dio è il Dio danzante,

Un Dio simile al calore del fuoco che infiamma il legno,

un Dio che irradia il suo potere

nello Spirito e nella Materia,

trascinandoti in moto circolare.

La scissione dello Spirito dal corpo ha reso nei secoli blasfema questo profonda visione spirituale dell’ essere che ritrova Dio e se stesso nel medesimo istante, un essere che si abbandona alla voluttà dell’amore di Dio baciando la bocca della sua amata o danzando in un vortice circolare.

Una metafora, ma la metafora stessa non è solo sogno, solo concetto, o una pura ideazione: è anche sensazione, è emozione, è materia!

Dio, l’amore, la donna e l’uomo sono il simbolo quaternario di un Amore che potrebbe cambiare l’umanità in un percorso di ascesa verso quel punto O’MEGA, come lo chiamava Theilard de Chardin, formato dall’unione di tutte le singole cellule individuali.

Scrive nel Milleu Divino:

“Per mezzo di tutte le cose create, senza eccezione, il divino ci assale, ci penetra e ci plasma. Noi lo immaginiamo distante e inaccessibile, mentre viviamo immersi nei suoi caldi strati…”

Ecco allora la nuova dimensione, Ecco il salto quantico.

Dalla scienza individuale e oggettiva celebrata dall’Occidente si profila una scienza basata su un concetto molto semplice: Totus Unus.

Materia e Spirito come aspetti di una stessa sostanza intelligente e mobile che si sposta ovunque e che rimane sempre se stessa. Una sostanza che forma un Organismo universale che vediamo risonante come un gigantesco, immenso circuito che, istante per istante, smista e riceve informazioni, dispiegandosi con intelligenza in quel processo così affascinante, complesso e, soprattutto, “caldo”, che noi chiamiamo VITA.

In questa dimensione quantica, l’uomo è una nube di luce, È un insieme di possibilità infinite di particelle di luce connesse fra loro, immerse nel grande oceano cosmico e interagenti con gli altri campi quantici che le circondano, senza nessun limite di separazione.

Dunque non ci sono differenze: la luce dell’amore divino ci rende uguali e partecipi di questo stesso processo evolutivo inarrestabile e incontenibile: tutto è interconnesso e inseparabile in questa profonda dimensione cosmica.

Intervento alla tavola rotonda “Corpo e spiritualità”

nell’ambito del Congresso nazionale SIMP,

Firenze 16 novembre 2007,

moderata da M. Rosselli a cui hanno partecipato anche

  1. Dattilo (Roma), M. Katz (Firenze/Gerusalemme) e V. Zavan (Alessandria).

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