Il respiro della creazione

Scrive il Sapiente:

«Ma a tutto quello che accade sotto il sole

un senso l’uomo non riesce a dare

Gli uomini si affannano a cercare

Senza poter trovare

E il sapiente che dice io so

Resta senza trovare»:[1].

Ascoltandolo, ci si può rendere conto che ci sono misteri che Dio ci lascia intuire, misteri che saranno chiariti, misteri che non possono essere spiegati. E questo «renderci conto» ci avvicinerà al mondo delle emozioni che, come ho avuto modo di scrivere in un precedente articolo[2] su questa stessa rivista, costituisce un vero e proprio ponte fra la materia e la preghiera, quest’ultima vista non solo come fenomeno spirituale bensì energetico.[3] Scaviamo in questa direzione, dunque.

La materia fin dalla nascita si è aggregata in determinati stati e in moltissime forme. Alcune si sono evolute, altre consolidate. Questo processo ha disvelato le sue potenzialità creatrici manifestando infinite possibilità. Possiamo raffigurarci la materia come un gigantesco crogiòlo nel quale un brodo energetico ribolle in una eterna pulsazione: è il suo respiro. Da questa dinamica senza tempo, la materia crea e distrugge se stessa, ricreando il principio stesso della propria esistenza.

Da quest’immagine alchemica la fisica moderna ha tratto principi e teorie.

Il fisico Ilya Prigogine, scrive:

«Gli sviluppi recenti della termodinamica ci propongono dunque un universo in cui il tempo non è né illusione né dissipazione, ma nel quale il tempo è creazione»[4].

Ne deriva perciò che nell’universo l’instabilità, le fluttuazioni e l’irreversibilità giocano un ruolo ad ogni livello della natura: la legge del non-equilibrio pervade perciò tutta la nostra storia e fonda l’uomo.

Se la materia perde il sicuro fondamento atomistico e diviene instabile, se entra in uno stato di perenne movimento, che potremmo chiamare anche stato vibrazionale, ha solo possibilità creative. Le conseguenze sono allora molto affascinanti: non sono proprio le emozioni la componente evolutiva più vibrante del corpo umano?

Non sono forse le emozioni la componente materica che definisce più di ogni altra la specificità umana? Non sono forse esse una «caratteristica» universale del linguaggio del corpo sotto ogni latitudine?

A dispetto di quanti, dei troppi, secondo i quali il linguaggio o la coscienza sono lo specifico umano, noi possiamo invece serenamente affermare che la componente determinante per definire l’uomo – questo è quello che penso – siano le emozioni, in quanto è da esse che sono originate la coscienza ed il linguaggio, e non l’inverso. È stato in un processo evolutivo inesorabile che dall’animale si è «generato» l’homo cogitans, con tutti i suoi pregi e difetti.

Ciò nonostante, nell’epoca moderna, le emozioni hanno subìto un progressivo processo di svalutazione fino ad essere considerate un vero e proprio ostacolo all’evoluzione morale e spirituale dell’uomo.

Fortunatamente, o con meno casualità finalmente, oggi stiamo assistendo ad un risveglio d’interesse verso il mondo delle emozioni, o questo almeno è quello che ci appare. Numerosi segnali provengono da vari gruppi culturali e si registra un crescente numero di articoli e studi specifici sull’argomento e in questa direzione.

Carol Magai scrive che

«ci sono perlomeno tre fattori che hanno determinato il risorgere di un interesse verso il mondo delle emozioni»[5].

E cita il cambiamento culturale derivato dal successo del funzionalismo, il progresso tecnologico e, soprattutto, l’irruzione del «femminile» nella società. Evento questo che ha sconvolto paradigmi sociologici consolidati, innestando sia nuova linfa vitale, sia nuovi modi nel costume delle varie popolazioni, investite da quest’energia rimasta sepolta sotto la cenere da tempi immemori.

Le emozioni nel loro divenire, nel loro comporsi in forme sempre più complesse, sono state le protagoniste di quel cambiamento evolutivo definito come il «gran balzo in avanti» con il quale l’uomo, da animale puramente istintivo, diviene soggetto di progetti di trasformazione di sé e del mondo che lo circonda.

Scrive Robert Plutchik:

«Dal punto di vista dell’evoluzione le emozioni si possono definire come determinati tipi di comportamento adattativi che si possono individuare negli animali oltre che nell’uomo. Questi pattern adattativi si sono evoluti per affrontare problemi di sopravvivenza fondamentali in tutti gli organismi, come dover trattare con predatore e preda, compagno potenziale ed estraneo, oggetti commestibili e veleni, e implicano reazioni d’avvicinamento o esitazione, d’attacco e fuga, d’attaccamento o perdita, di liberazione o espulsione. Secondo la teoria dell’evoluzione questi pattern sono i prototipi di quelle che chiamiamo emozioni negli animali superiori e nell’uomo»[6].

È in questa prospettiva, dunque, che, con un alto margine di sicurezza, si può formulare l’ipotesi secondo la quale sarebbero state proprio le crescenti possibilità emotive a determinare lo sviluppo dell’uomo di Cro-magnon, il primo uomo che possa definirsi tale. Si è, infatti, ormai propensi a pensare che, se oggi uno di essi girasse vestito come noi per piazza Signoria a Firenze, nessuno lo noterebbe come il nostro progenitore di circa 40.000 anni fa!

Qual è stato il meraviglioso concime che ha preparato così sapientemente il terreno per la nascita di questo mondo così complesso? Certamente un processo unico e inscindibile, fondato e alimentato da un elemento basilare: l’energia.

È questa «essenza» che ha determinato la nascita e lo sviluppo dell’organizzazione atomica delle cellule: è l’energia che ha determinato lo sviluppo di un sistema nervoso sempre più complesso. Possiamo ipotizzare che ci sia stato un processo di trasformazione generato da un vero e proprio «vortice energetico», il quale ha guidato tutte le tappe dell’evoluzione filogenetica del sistema nervoso, dal nucleo più elementare a quello più articolato che configura l’uomo moderno. Una energia, dunque, molto complessa in quanto di natura duplice, come la luce: pensiero e materia, sostanza e informazione.

Come evidenzia bene la neuroscienziata Candace B. Perth:

«Non possiamo più attribuire alle emozioni minore validità che alla sostanza fisica o materiale, anzi, dobbiamo considerarle segnali cellulari coinvolti nel processo di traduzione delle informazioni in realtà fisica, che trasforma letteralmente la mente in materia»[7].

Abbiamo allora gli strumenti per tentare una breve descrizione del processo evolutivo.

Possiamo ipotizzare, nella prima fase, come il vortice energetico abbia potuto generare il mondo dei riflessi. Quale meraviglia di fronte allo spettacolo di una cellula che motiva un approccio verso le sostanze nutritive ed evita le sostanze tossiche! Questo meccanismo, fondamentale ed essenziale alla nostra sopravvivenza, era evidentemente già in nuce nelle invisibili cellule nate miliardi d’anni fa.

Se questo è scientificamente dimostrato, se una cellula, in un passato così remoto, già «motivava» un comportamento, allora è plausibile ipotizzare che, fin da allora, quella struttura sarebbe divenuta, nel lento fluire del tempo, il meccanismo più utile e complesso per eccellenza: un’emozione. È da notare, infatti, che emozione etimologicamente deriva proprio da «motio», perciò un moto direzionale, un andare verso, … un «animi motus».

Possiamo costatare come questo meccanismo di sopravvivenza della cellula sia la base dell’organizzazione del nostro sistema vitale, come la nostra vita scorra per andare incontro al fondamentale nutrimento materiale e spirituale.

Dal meccanismo dei riflessi agli «istinti». La loro complessità è enorme poiché investe la storia della vita sulla terra fin dai primordi rendendo essenziale la loro importanza per l’evoluzione della specie. Essi hanno in realtà permesso il riprodursi di schemi e comportamenti vantaggiosi per l’adattamento e la sopravvivenza della specie stessa.

L’istinto della fame come quello della riproduzione sono stati aspetti fondamentali nell’evoluzione del genere umano. È la loro presenza che determina se un certo organismo è vivente oppure no. Come i riflessi, sono meccanismi automatici e coatti che esigono una completa soddisfazione immediata.

Con lo sviluppo del sistema nervoso centrale avviene però un cambiamento: gli organismi sviluppano una loro specifica capacità di scelta e pertanto lentamente si trasformano in meccanismi meno coatti che rispondono in altre parole agli stimoli in un modo meno automatico.

Su questo schema di base si sono inserite evolutivamente le «pulsioni» che hanno reso più complesso il comportamento animale.

Questo è il dato fondamentale: le pulsioni sono divenute tali in quanto superamento del comportamento puramente istintivo. Quando fu richiesto ai cuccioli delle specie dei mammiferi di provvedere al cibo ed al nutrimento per le loro vite, essi dovettero sviluppare un forte attaccamento alla loro madre. Lo stesso modello di comportamento si è sviluppato nel rapporto simbiotico fra la madre e il bambino nell’evoluzione umana. Proprio su questa base pulsionale molto variegata il cucciolo-bambino sviluppa una complessa serie di sensazioni piacevoli o spiacevoli nel suo intimo rapporto con la madre, che diverranno lo strumento ponte per una loro successiva complessità e differenziazione.

È all’interno di questo fondamentale rapporto che si svilupparono emozioni così tenaci, prepotenti e così devastanti, come l’attaccamento o l’abbandono. È stato nel rapporto cucciolo-madre che sono nati sentimenti emotivi quali la paura, la rabbia o l’angoscia. Come pure la vigilanza, l’empatia, o l’allegria. Sono questi forti colori emozionali che divengono gli indispensabili strumenti per la sopravvivenza del piccolo, oppure possibilità piacevoli che rinnovano istantaneamente il contratto con la vita.

Dalle pulsioni alle emozioni, questo è stato il vero «balzo in avanti» dell’evoluzione. Qui natura fecit saltus. Sono state le profonde interazioni emotive che, sviluppando un campo energetico emotivo, hanno determinato, per differenziazione, modificazioni strutturali anatomiche alla gola dei mammiferi funzionali ad un fine ben preciso: la comunicazione affettiva. L’emozione, in questa prospettiva, è divenuta un movimento dinamico poderoso, un vortice d’energie d’altissima intensità e qualità, tale da aver reso vittoriosi i nostri progenitori nel loro bisogno di esprimere tonalità affettive che fiorivano nei loro animi.

Sono le emozioni che hanno portato alla formazione della neo-corteccia cerebrale con la forza della loro motivazione sempre più precisa, mirata e costante nel tempo. Sono state una forza immensa che, per successive stratificazioni, ha plasmato il sentire pulsionale animale in un sentire che un cervello sempre più sofisticato ha incarnato. È stato questo il processo evolutivo che ha portato lo scimpanzé arboricolo a divenire un uomo, con il suo bagaglio sempre più specializzato, racchiuso in un corpo sempre più bello e funzionale. Infatti, come dimenticare l’evoluzione del corpo che, di pari passo alla funzione immaginativa che fondava la psiche, è divenuto quel congegno che ci porta verso una vita sempre più entusiasmante?

L’instaurarsi del campo energetico emotivo ha determinato il nascere della consapevolezza corporea e simultaneamente della coscienza.

È stato questo il fenomeno che ha reso specifica l’esistenza umana. È su questa base che l’umano si contraddistingue dall’animalesco. È questa successione che ha reso l’uomo un fenomeno unico nell’universo conosciuto. Il campo energetico emotivo è stato l’anello di congiunzione fra la vita incosciente del mammifero e l’uomo che, pur immerso nei processi materiali come tutti gli altri esseri viventi, ha ottenuto la possibilità fondamentale di divenire il soggetto di se stesso: questa è la coscienza!

All’alba di questo processo, infatti, è proprio un colore emotivo fra i più impastati a scavare nell’animalità nuove dimensioni mai sperimentate prima da nessun altro essere. Sono dimensioni che non hanno più la caratteristica dell’immediatezza istintuale, ma quelle di uno spazio completamente nuovo, sottilissimo nel suo spessore, invisibile: lo «stupore».

Lo stupore dell’uomo è molto, molto antico. Forse è stata la sfumatura dell’anima che ha avuto la capacità di farsi motore dell’essere umano, tant’è che si è giunti addirittura ad ipotizzare che

«come scrisse Platone, la disposizione alla meraviglia è proprio della natura del filosofo e che la filosofia non si origina da altro che dallo stupore»[8].

Datare la nascita del pensiero umano, la sua capacità di riflessione, proprio in conformità ad una profonda esperienza emotiva, segna un punto a favore molto importante dell’ipotesi evolutiva.

È da notare che l’origine dello stupore è materico come l’origine della paura o del piacere. È l’elemento primario di quel crogiolo alchemico dove l’infinita possibilità diviene attesa gioiosa o struggimento, oppure sofferenza, macerazione o abbandono o ancora meraviglia, intontimento, paura, angoscia e poi e poi…

In questa dimensione l’uomo diviene quell’essere-in divenire del quale già possiamo evidenziare come la sua più sublime riflessione, l’esistenza stessa di Dio, abbia subito una grande metamorfosi nell’andare del tempo.

Solo per limitarsi al nostro cristianesimo, al Dio terribile e giustiziere di Mosè, è succeduto il più rivoluzionario dei suoi figli: Cristo! che non ha gridato vendetta e inflitto punizioni, bensì ha predicato la dottrina della non violenza e dell’amore. Dottrina che, ancora oggi, dopo duemila anni, trova una grandissima difficoltà ad essere accettata e integrata a qualunque livello, sia psichico che sociale.

Scrive Esther Harding:

«Tuttavia anche il carattere degli dei può cambiare, il che significa che le pulsioni istintive sepolte profondamente nell’inconscio sono soggette a un’evoluzione psichica o a una trasformazione che si rispecchia nella trasformazione del carattere di Dio»[9].

Normalmente il linguaggio è considerato come la conquista che ha permesso all’uomo primitivo di separarsi dalla sua condizione animale. È profondamente vero. Penso che la nascita del linguaggio sia la vera punta di diamante che ha illuminato l’arboricolo rendendolo più umano. È d’altra parte evidente che, proprio per le sue caratteristiche, non può che rappresentare il risultato di un processo più complesso e ampio.

Potremmo anzi ipotizzare che il linguaggio risulti essere un fenomeno posteriore, o perlomeno contemporaneo alla nascita della coscienza in quanto espressione raffinata ed essenziale del suo sorgere:

«a questo stato puro, le parole sono simili ad animali microscopici primitivi, a protozoi. Il sostantivo, nucleo. L’aggettivo, estensione del sostantivo come una membrana uditiva. Il verbo, filamento. Le parti invariabili del discorso, corpi inanimati, veicoli nutritivi…»[10].

È in questa prospettiva che l’emozione acquista la forza di un’informazione o pluralità d’informazioni. Come il mondo d’oggi testimonia, la comunicazione è lo strumento che più d’ogni altro contiene un potenziale trasformativo d’altissima qualità.

Se dunque, come avevamo evidenziato in un articolo su questa stessa rivista[11], proprio le emozioni sono il fondamento dell’evoluzione umana considerando il pensiero che ama, cioè l’amore, come il raggiungimento naturale della nostra esistenza, se val la pena parlare di «emozione religiosa» nella sua accezione simbolica di sentimento legato alla pietà e alla cura, si può aggiungere a questa dimensione «umana» una valenza ancora più profonda e sottile: quell’emozione spirituale che, già conosciuta nella notte dei tempi sotto forme d’immediatezza spontanea e, soprattutto, intuitiva, ha oggi assunto una forma più ricercata poiché mezzo di conoscenza sapienzale e diretta di Dio.

La comunicazione che l’emozione densa d’informazioni instaura diviene strumento di dialogo non più relazionale in senso umano, ma diviene un dialogo «alto» con quel Dio che finalmente può essere conosciuto.

Una conoscenza che scioglie e oltrepassa tutti gli enigmi della mente. Che scioglie come d’incanto i contrasti epistemologici che torturano l’intelligenza dell’uomo.

Possiamo allora qui ipotizzare come sia la paura di una conoscenza emozionale profonda che crea le dualità insanabili della mente, con le conseguenze pesanti che tutti conosciamo e che attualmente viviamo.

Ogni forma d’integralismo, infatti, con il suo carico d’ortodossia rigidamente fissata in canoni specifici d’apprendimento e di comportamento, contiene già in nuce un potenziale distruttivo per ogni forma di conoscenza e quindi di creatività umana.

Si può allora cercare di esplorare la natura stessa dell’emozione religiosa, “condicio sine qua non” della preghiera. Ma questo sarà l’argomento di una futura riflessione, della quale si può anticipare una immagine di un maestro indiano di tantrismo:

«Qui ciò che ci dobbiamo proporre di raggiungere più di tutto non è altro se non la natura propria. Ed essa per tutte le cose egualmente è solo costituita di luce, non essendo logicamente ammissibile che la natura propria delle cose possa essere una non luce»[12].

Note

[1]

Qohelet, trad.it. di Guido Cernetti, Milano, Adelphi Edizioni, 2001, p. 62.

[2]

Gilberto Briani, La preghiera crea la materia, in “Città di vita”, anno 57, numero 3, Firenze, maggio-giugno 2002, pp. 251-256

[3]

“Sambursky, nel suo sorprendente saggio Das physikaliscke Weltbild in der Antike, ha mostrato che tutti i temi fondamentali delle scienze occidentali derivano da immagini intuitive della filosofia greca della natura. Da lì scaturisce l’idea di un’unica materia primordiale, da cui s’è formato l’intero cosmo visibile, e l’idea d’una conservazione di tale materia:in altri termini, il concetto d’una forma universale dell’energia.” Marie-Louise von Franz, Psiche e Materia,Torino,Bollati Boringhieri,1992, pag. 11

[4]

Ilya Prigogine, La nascita del tempo, Milano, Bompiani, 1994, pag .81

[5]

Carol Magai, The role of emotions in Social and Peronality development, NewYork, Plenum Press, 1995, p. 12

[6]

Robert Plutchik, Psicologia e Biologia delle Emozioni, Torino, Bollati Boringhieri, 1995, p. 223.

[7]

Candace B. Perth, Molecole di emozioni, Milano, Corbaccio, 2000, p. 226

[8]

Vedi: Ernesto Balducci, Storia del pensiero umano, vol. 1, Firenze, Edizioni Cremonese, 1986, pag. 1

[9]

M. Esther Harding, L’energia Psichica, Roma, Astrolabio, 1984, p. 110.

[10]

J.M.G. Le Clézio, Estasi e Materia, Milano, Rizzoli, I969, p. 31

[11]

Gilberto Briani, La preghiera crea la materia, cit.

[12]

Abhinavagupta, Essenza dei Tantra ( Tantrasara), vol. 1, Torino, Boringhieri, 1979, p. 101

Pubblicato su “Città di vita”, anno …, n. ….., ….., pp. …..

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