Dalla fede alla dignità

Chiamato in causa da un articolo di Daniele Pugliese sul tentativo di dialogo fra Papa Francesco e Eugenio Scalfari[1], ho pensato di precisare meglio il mio pensiero su questo argomento che si è allargato a dismisura sui media italiani.

Costatato che l’archetipo di Gesù Cristo sta ormai invadendo i dibattiti e la letteratura (è appena uscito un nuovo libro di ben 572 pagine dello psichiatra Vittorino Andreoli, che naturalmente si professa non credente ma anche lui affascinato… ecc., “Il Gesù di tutti”), e a me pare evidente il fatto che la spiritualità, purché non sia dogma o Chiesa, rimanga il valore principe dell’uomo: spiritualità, che significa legame etico con l’altro e con l’universo, un legame patrimonio sia della coscienza individuale quanto di quella collettiva, purificata da ogni fraseologia pre-ordinata e inserita in un sistema di valori, i quali rendano l’uomo libero da ogni tipo di Chiesa o sistema filosofico.

Credente o ateo, non sono più categorie che oggi possono avere una concretezza epistemologica, anzi una realtà culturale e sociologica. Secondo il mio parere, è una distinzione ormai desueta, stanca e consumata da un dibattito sterile, essenzialmente privo di energia creatrice.

Pensiamo per un attimo al senso di questo dibattito.

Affermare o negare che Dio esiste, è un valore per l’evoluzione umana? Questo è il punto.

Da millenni sull’esistenza di Dio si sono svolte tutte le vicende umane: sembra perciò che sia il punto di svolta intorno al quale tutta la storia si muove.

Ma oggi ha un senso questa lotta? Che l’uomo affermi o neghi, l’esistenza del genere umano non cambia. Dobbiamo tutti, credenti o non, lavorare per guadagnare il pane quotidiano, dobbiamo tutti compiere il nostro ciclo dell’esistenza fino alla sua fine naturale con tutto il conseguente carico di responsabilità verso noi stessi e gli altri. Perché non lasciare che sia un puro problema individuale la questio antica sull’esistenza di Dio? Organizzare intorno a questo punto la religione o una filosofia atea significa organizzare sistemi conflittuali che non apportano nessun progresso civile o sociale. Ancora oggi è molto vivo il conflitto fra marxismo e religione: quali i vantaggi evolutivi per la coscienza dell’uomo? A questa domanda la storia può solo rispondere con una serie impressionante di genocidi.

Affermare il proprio credo, qualunque esso sia, a me sembra solo una dichiarazione di guerra verso l’altra metà del cielo. Un cammino insieme, come auspicato da Papa Francesco a Scalfari, a me sembra l’ennesima forzatura, rivestita da una cordiale apertura: non sappiamo forse bene, noi tutti, che poi al fondo dei due sistemi esiste un nocciolo duro a cui nessuno può rinunciare?

Dal mio punto di vista non si tratta più di lottare per convertire gli altri membri dell’ecumene all’una o all’altra religione o filosofia che sia, ma di lottare per una progressiva spiritualizzazione dell’uomo, al fine di ridare dignità e morale a ogni essere umano.

Che cosa significa? Semplicemente per i credenti e non, rimboccarsi le maniche affinché venga restituita Dignità a ogni persona, attraverso una educazione all’etica della vita che appartiene alla coscienza di tutti. L’etica dell’ateo è uguale all’etica del credente: non uccidere, a esempio, è un principio etico che vale per ogni essere umano di qualunque cultura o razza che sia.

Immagino che, su questo piano, potremo ritrovare il senso profondo delle nostre esistenze, già così minacciate dall’imbarbarimento collettivo che il genere umano sta subendo in questa epoca sul nostro pianeta.

 

Note

[1]

Il riferimento è all’articolo intitolato Il tentativo di un dialogo pubblicato il 26 settembre 2013 nel blog www.danielepugliese.it che viene qui riproposto per gentile concessione dell’autore.

Se in uno di questi miei scritti rendessi partecipe il lettore della decisione di non mangiare maiale per rispettare il mio orientamento religioso o lo mettessi a giorno di aver rinunciato al gradevole odore della nicotina per motivi di salute, o anche, che so io, di condividere l’opinione di Frank Edwards, autore di Flying saucer – serious business (1966, tr. it. La verità sui dischi volanti, Milano, Longanesi, 1969), il quale sostiene fermamente l’esistenza degli ufo, non credo che avrei sollevato le reazioni preoccupate o indispettite che hanno fatto seguito alla pubblicazione in questo “mio” blog il 22 luglio scorso di un post intitolato Sereni: resto ateo.

Se oggi torno sull’argomento e do conto di alcuni punti prima rimasti nell’ombra è perché nel frattempo ho letto con attenzione gli scambi intercorsi su Repubblica fra Eugenio Scalfari e Jorge Bergoglio, cioè papa Francesco, e fra Piergiorgio Odifreddi e Joseph Ratzinger, il dimesso predecessore del pontefice (di questi scritti fornisco un indice in fondo a questa mia nota).

Gilberto Briani ha strizzato a lungo il mio cervello e i risultati, nel bene e nel male, sono sotto gli occhi di tutti, primo fra tutti quello che è il risultato sotto ai miei occhi quello che per me conta. Io lo stimo e gli voglio bene, comprendo il suo parere, secondo il quale «ri-affermare il proprio ateismo desta sempre nell’altro vaghi sospetti provocatori che possono generare l’effetto opposto…!» Però appunto, se avessi professato altra fede, se non avessi ammesso di non averne, nessuno si sarebbe sentito provocato.

Invero, con quello scritto, qualcuno, volevo provocare: quelli – non sono pochi –, che stanno lì come avvoltoi in attesa della tua conversione, del tuo cedimento dinanzi alla paura di morire e del disperato tentativo di cercare un’àncora per un al di là al quale, appunto, non credo, se non nell’accezione di una migrazione di atomi e molecole dal mio corpo a qualche altro organismo, e della temporanea, non eterna, permanenza di un qualche ricordo che, questo sì, auspico buono. Chi insomma ha detto gatto senza averlo nel sacco e altri chiamano la facile Cassandra.

Gilberto mi invitava poi a riproporre nel mio blog – e l’ho fatto recentemente con questo post – il dibattito in corso su Repubblica sul “dire qualcosa di sinistra” e sulla parola-chiave che proprio quel giorno Rodotà proponeva a proposito: dignità. «Ecco penso proprio che Gesù Cristo – chiosava Gilberto Briani – sia al centro di questa parola-chiave e, non solo, ma potrebbe divenire un basilare esempio per tutti (o quasi) politici di oggi dimentichi, appunto, della propria e dell’altrui dignità sia di vivere che di essere. Gesù Cristo di sinistra? Certo!».

Ho ricevuto anche altre obiezioni, su Facebook, che in una seconda stesura di questo articolo cancello per non toccare la suscettibilità di chi me le ha rivolte.

Ma veniamo agli articoli comparsi su Repubblica, al dialogo fra Eugenio Scalfari e Jorge Bergoglio, cioè papa Francesco, e fra Piergiorgio Odifreddi e Joseph Ratzinger.

Io mi ritrovo perfettamente nella definizione che Scalfari dà di sé e nella Weltanschauung che vi sottende:

«sono un non credente che è da molti anni interessato e affascinato dalla predicazione di Gesù di Nazareth, figlio di Maria e di Giuseppe, ebreo della stirpe di David. Ho una cultura illuminista e non cerco Dio. Penso che Dio sia un’invenzione consolatoria e affascinante della mente degli uomini».

Suppongo, per l’affetto che ci lega, che Gilberto Briani, anzi ne sono certo scrivendo il suo nome e raffigurandomi nello stesso istante il suo volto, non volteggi minaccioso in cielo come il rapace in attesa della mia caduta o della folgorazione sulla via di Damasco, e semmai lo animi solo un augurio di una quiete che l’assenza di fede, questo anch’io lo suppongo, non può dare, e perciò ho cercato altri modi per ottenerla.

Gilberto mi è sembrato abbia voluto suggerirmi percorsi miei potenzialmente convergenti, avvalendomi dei miei parametri e delle mie acquisizioni ma condividendo valori: banalizzandola partire da Marx per riscoprire Gesù anziché fare il percorso inverso. A lui certamente devo la lettura che oggi faccio del nazareno, mediata dal libro di Wilhelm Reich su quella figura che ha scatenato la pestilenza emozionale, direi destando «nell’altro vaghi sospetti provocatori che possono generare l’effetto opposto…!»

Ma vorrei tornare agli articoli comparsi su Repubblica e commentati sulla stampa da decine e decine di autorevoli critici che prendono spunto dall’enciclica “Lumen Fidei” di papa Francesco, nella quale, scrive Scalfari, ci si interroga su «che cos’è la fede, da dove proviene, come è vissuta dai credenti, quali reazioni suscita in chi non è cristiano, come spiega l’esistenza della razza umana e come risponde alle domande che ciascuno di noi si pone e alle quali il più delle volte non trova risposta: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo».

Questione che hanno a che fare con i temi della ragione, dell’assoluto, della verità, della libertà.

Tralascio l’aspetto dei «protagonisti religiosi e culturali dell’enciclica» e delle scritture a fondamento della riflessione pontificia, benché il riferimento ad Abramo, la questione del «In principio era il Verbo» nel vangelo giovanneo, il tema del Verbo che «si è fatto carne» siano concettualmente rilevanti per orientare il ragionamento. Come lo sono i temi dei desideri, degli sbagli e delle ripartenze, dell’«amore per se stesso insieme all’amore per gli altri», e quindi dell’egoismo e dell’altruismo.

Gli episodi dei Vangeli che vengono citati sono illuminanti: i fratelli e la madre allontanati nella casa di Cafarnao, l’invito ai discepoli a «odiare il padre, la madre, i fratelli e le sorelle» per chi ha deciso di «seguire e amare me» e, altrove, a lasciare che «i morti seppelliscano i morti» e pensare, come io faccio, che sia stata una straordinaria persona, un umano, non una divinità, a comportarsi in quei modi, certo fa pensare al pazzo – il «Narciso all’ennesima potenza», scrive Scalfari –, ma incita a tentar altre abitudini rispetto a quelle che ci siamo pigramente dati e con cui troppo convenzionalmente agiamo.

Si chiede il fondatore di Repubblica: «è giustificato il dubbio: parliamo del figlio di Dio o del figlio dell’uomo?»

Quel suo domandare al «cerchio magico dei suoi fedelissimi»: «Voi chi credete che io sia?», quell’interrogarsi sulla propria identità, quel continuare a tentar di capire con la struggente domanda «Elohim, elohim, lama sabactani?», «Perché mi hai abbandonato?» anche in estremo, fuori tempo massimo non possono non richiamare l’attenzione e l’ammirazione anche dello scettico, del cinico, del disilluso e disincantato.

Scalfari evidenzia il tratto distintivo del cristianesimo rispetto agli altri due monoteismi, ed anche al politeismo greco, vale a dire l’in-carnazione del Dio e del Verbo nel Figlio, ipotizzando che quest’operazione concettuale sia quella che potrebbe spiegare la fede, la quale tuttavia non è minore in chi crede in Allah, per il quale non c’è «un Unigenito incarnato».

Ipotizza allora che la risposta sia “politica”, racchiusa in quel «Date a Cesare quel che è di Cesare», nella concomitanza della nascita del cristianesimo con l’Impero, nel rifiutato (o nella costrizione al rifiuto) della tentazione teocratica: il regno di Dio non è in questo mondo.

Nel secondo articolo che Scalfari scrive sull’argomento evidenzia i numerosi tratti innovativi del nuovo papa a partire dall’aver scelto di chiamarsi come il poverello di Assisi.

Riporto quello che scrive Scalfari: «Di politica non si occupa, non l’ha mai fatto né in Argentina da vescovo né dal Vaticano da papa. Criticò Videla sistematicamente, ma non per l’orribile dittatura da lui instaurata ma perché non provvedeva ad aiutare i poveri, i deboli, i bisognosi. Alla fine il governo, per liberarsi di quella voce fastidiosa, mise a sua disposizione una struttura assistenziale fino a quel momento inerte e lui abbandonò la sua diocesi ad un vicario e cominciò a battere tutto il paese come un missionario, ma non per convertire bensì per aiutare, educare, infondere speranza e carità».

Per il maestro di giornalismo «non credente» e persuaso che «Dio sia un’invenzione consolatoria e affascinante della mente degli uomini», la novità dell’enciclica di Bergoglio «sta nel fatto che non si occupa del rapporto tra fede e ragione», preferendo interessarsi della grazia che «coincide con la fede», e questa con l’amore per il prossimo, «il solo modo – attenzione: il solo modo – di amare il Signore».

Secondo Barbapapà Francesco vuole una Chiesa che predichi il valore della povertà, «costruita a somiglianza di un Dio misericordioso, che non giudica ma perdona, che cerchi la pecora smarrita, che accolga il figliol prodigo».

Per duemila anni, sostiene Scalfari, la Chiesa è stata prevalentemente altro, istituzione, non struttura di servizio: «Non c’è mai stato un papa che abbia inalberato il vessillo della povertà, non c’è mai stato un papa che non abbia gestito il potere, che non abbia difeso, rafforzato, amato il potere, non c’è mai stato un papa che abbia sentito come proprio il pensiero e il comportamento del poverello di Assisi».

La Chiesa di Francesco, invece, vuol essere povera, orizzontale e con «un Dio che non giudica ma perdona. Non c’è dannazione, non c’è Inferno. Forse Purgatorio? Sicuramente pentimento come condizione per il perdono. “Chi sono io per giudicare i gay o i divorziati che cercano Dio?”, così Bergoglio».

Non riporto qui le 8 domande che a questo punto il giornalista o il senza dio fa al papa. Nell’indice che riporto in fondo ci sono i link per andare a leggersele.

Cerco invece i punti salienti della risposta. A partire dall’affermazione che l’Enciclica “Lumen fidei” «anche a suscitare un dialogo sincero e rigoroso con chi, come Lei, si definisce “un non credente da molti anni interessato e affascinato dalla predicazione di Gesù di Nazareth”».

L’importanza «per la società in cui viviamo» di questo dialogo sulla figura di Gesù per il pontefice è dettata da due circostanze particolari:

il paradosso che la fede cristiana, nata come «simbolo della luce» per l’uomo, «è stata spesso bollata come il buio della superstizione che si oppone alla luce della ragione. Così tra la Chiesa e la cultura d’ispirazione cristiana, da una parte, e la cultura moderna d’impronta illuminista, dall’altra, si è giunti all’incomunicabilità».

il fatto che «questo dialogo non è un accessorio secondario dell’esistenza del credente: ne è invece un’espressione intima e indispensabile».

La verità testimoniata dalla fede, scrive il papa citando l’Enciclica, «è quella dell’amore». Essa «non è intransigente, ma cresce nella convivenza che rispetta l’altro. Il credente non è arrogante; al contrario, la verità lo fa umile, sapendo che, più che possederla noi, è essa che ci abbraccia e ci possiede. Lungi dall’irrigidirci, la sicurezza della fede ci mette in cammino, e rende possibile la testimonianza e il dialogo con tutti».

Qui il pontefice sembra confessarsi in pubblico con lo scrupolo di chi ha un gravoso compito di rappresentanza, in altre parole con quel tanto di “politica” e attenzione interna dettata dal ruolo rivestito: la fede per lui, scrive, «è nata dall’incontro con Gesù. Un incontro personale, che ha toccato il mio cuore e ha dato un indirizzo e un senso nuovo alla mia esistenza. Ma al tempo stesso un incontro che è stato reso possibile dalla comunità di fede in cui ho vissuto e grazie a cui ho trovato l’accesso all’intelligenza della Sacra Scrittura […] alla fraternità con tutti e al servizio dei poveri, immagine vera del Signore. Senza la Chiesa – mi creda – non avrei potuto incontrare Gesù […]».

Andando al nocciolo il papa sostiene «che lo “scandalo” che la parola e la prassi di Gesù provocano attorno a lui derivano dalla sua straordinaria “autorità”: una parola, questa, attestata fin dal Vangelo di Marco, ma che non è facile rendere bene in italiano. La parola greca è “exousia”, che alla lettera rimanda a ciò che “proviene dall’essere”, che si è. Non si tratta di qualcosa di esteriore o di forzato, dunque, ma di qualcosa che emana da dentro e che si impone da sé. Gesù in effetti colpisce, spiazza, innova a partire – egli stesso lo dice – dal suo rapporto con Dio, chiamato familiarmente Abbà, il quale gli consegna questa “autorità” perché egli la spenda a favore degli uomini. Così Gesù predica “come uno che ha autorità”, guarisce, chiama i discepoli a seguirlo, perdona… cose tutte che, nell’Antico Testamento, sono di Dio e soltanto di Dio. La domanda che più volte ritorna nel Vangelo di Marco: “Chi è costui che…?”, e che riguarda l’identità di Gesù, nasce dalla costatazione di una autorità diversa da quella del mondo, un’autorità che non è finalizzata ad esercitare un potere sugli altri, ma a servirli, a dare loro libertà e pienezza di vita. E questo sino al punto di mettere in gioco la propria stessa vita, sino a sperimentare l’incomprensione, il tradimento, il rifiuto, sino a essere condannato a morte, sino a piombare nello stato di abbandono sulla croce. Ma Gesù resta fedele a Dio, sino alla fine».

Qui Bergoglio sottolinea il suo convincimento riguardo la discendenza divina di Gesù, ma, che ci si creda o meno, è importante che lo rappresenti come il Figlio di un Dio «che è amore e che vuole, con tutto se stesso, che l’uomo, ogni uomo, si scopra e viva anch’egli come suo vero figlio».

La riprova sarebbe la resurrezione, cioè una rinascita dopo una condanna a morte e un abbandono, «lama sabactani». Gesù è risorto, scrive Francesco, «per attestare che l’amore di Dio è più forte della morte, il perdono di Dio è più forte di ogni peccato, e che vale la pena spendere la propria vita, sino in fondo, per testimoniare questo immenso dono».

Da non credente a me rimane addosso che l’amore sia più forte della morte, il perdono più di ogni peccato, e che valga la pena spendere la propria vita, sino in fondo, per testimoniare. E che in questo sia fondamentale l’incarnazione, la carne, il corpo, la materia.

Scrive ancora Bergoglio: «Ognuno di noi, per questo, è chiamato a far suo lo sguardo e la scelta di amore di Gesù, a entrare nel suo modo di essere, di pensare e di agire».

Per il pontefice l’originalità della fede cristiana rispetto ad altre fedi sta proprio nel rapporto che Gesù «ha con Dio che è Abbà» e nel rapporto che «ha con tutti gli altri uomini, compresi i nemici, nel segno dell’amore».

In altri termini, «tutti siamo chiamati a essere figli dell’unico Padre e fratelli tra di noi. La singolarità di Gesù è per la comunicazione, non per l’esclusione».

Ma, avverte il papa, «da ciò consegue anche – e non è una piccola cosa – quella distinzione tra la sfera religiosa e la sfera politica che è sancita nel “dare a Dio quel che è di Dio e a Cesare quel che è di Cesare”, affermata con nettezza da Gesù e su cui, faticosamente, si è costruita la storia dell’Occidente».

La Chiesa, dice, è chiamata ad additare «la meta ultraterrena e definitiva del nostro destino, mentre alla società civile e politica tocca il compito arduo di articolare e incarnare nella giustizia e nella solidarietà, nel diritto e nella pace, una vita sempre più umana. Per chi vive la fede cristiana, ciò non significa fuga dal mondo o ricerca di qualsivoglia egemonia, ma servizio all’uomo, a tutto l’uomo e a tutti gli uomini, a partire dalle periferie della storia e tenendo desto il senso della speranza che spinge a operare il bene nonostante tutto e guardando sempre al di là».

Bergoglio risponde poi alla domanda di Scalfari sulla promessa non mantenuta di Dio al popolo ebreo, affermando che esso «è tuttora, per noi, la radice santa da cui è germinato Gesù».

Dice di aver «interrogato Dio, in modo particolare quando la mente andava al ricordo della terribile esperienza della Shoah» e che «non saremo mai sufficientemente grati, come Chiesa, ma anche come umanità» per il fatto che «attraverso le terribili prove di questi secoli, gli ebrei hanno conservato la loro fede in Dio».

C’è a questo punto uno dei passi più significativi del ragionamento del papa. Non solo afferma che «la misericordia di Dio non ha limiti se ci si rivolge a lui con cuore sincero e contrito», ma che «la questione per chi non crede in Dio sta nell’obbedire alla propria coscienza. Il peccato, anche per chi non ha la fede, c’è quando si va contro la coscienza. Ascoltare e obbedire ad essa significa, infatti, decidersi di fronte a ciò che viene percepito come bene o come male. E su questa decisione si gioca la bontà o la malvagità del nostro agire».

Sulla questione della verità “assoluta” che secoli di scienza, filosofia, l’illuminismo, Darwin e molto altro ancora hanno posto come discrimine fra credenti e non credenti, mi preme sottolineare della risposta del pontefice la sottolineatura della verità che «si dà a noi sempre e solo come un cammino e una vita. Non ha detto forse Gesù stesso: “Io sono la via, la verità, la vita”? In altri termini, la verità essendo in definitiva tutt’uno con l’amore, richiede l’umiltà e l’apertura per essere cercata, accolta ed espressa».

L’ultima domanda che Scalfari aveva posto era fondata sulla sua convinzione, che èè anche la mia, che se scompare l’uomo sulla terra, scompare anche il pensiero capace di pensare Dio».

Naturalmente Bergoglio gli risponde che per quanto «la grandezza dell’uomo sta nel poter pensare Dio», Dio «non è un’idea, sia pure altissima, frutto del pensiero dell’uomo. Dio è realtà con la «R» maiuscola». E pertanto c’è a suo giudizio altro «che non sappiamo» dopo quella conclusione per la fede cristiana certa: «cieli nuovi e terra nuova».

E qui ognuno si tiene i suoi convincimenti, con poco danno l’uno per l’altro.

Sono però molte belle, o quanto meno auspicabili, le parole con cui Francesco chiude il suo scritto: «La Chiesa, mi creda, nonostante tutte le lentezze, le infedeltà, gli errori e i peccati che può aver commesso e può ancora commettere in coloro che la compongono, non ha altro senso e fine se non quello di vivere e testimoniare Gesù: Lui che è stato mandato dall’Abbà “a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista, a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore”».

Nel suo commento Scalfari nota che «Un’apertura verso la cultura moderna e laica di questa ampiezza, una visione così profonda tra la coscienza e la sua autonomia, non si era mai sentita finora dalla cattedra di San Pietro. Neppure papa Giovanni era arrivato a tanto e neppure le conclusioni del Vaticano II, che avevano auspicato l’inizio del percorso ai pontefici che sarebbero venuti dopo e ai Sinodi che avrebbero convocato. Papa Francesco quel passo l’ha fatto ed io lo sento profondamente echeggiare nella mia coscienza».

Dunque da ateo dico che resto tale, dotato dell’apertura al dialogo che proprio l’essere laico, fortunatamente mi ha donato e nel corso degli anni è andata fortificandosi. Amen.

Gli articoli pubblicati da Repubblica

7 luglio 2013 Le risposte che i due Papi non danno di Eugenio Scalfari

7 agosto 2013 Fede e ragione le domande di un non credente al Papa gesuita chiamato Francesco di Eugenio Scalfari

11 settembre 2013 La pecora smarrita di Eugenio Scalfari

11 settembre 2013 Francesco ai non credenti Se obbedite alla coscienza avrete il perdono di Dio di Jorge Bergoglio – Francesco I

12 settembre 2013 Scalfari e la lettera di papa Francesco: ”Il coraggio che apre alla cultura moderna” di Eugenio Scalfari

23 settembre 2013 Ratzinger: “Caro Odifreddi le racconto chi era Gesù” di Joseph Ratzinger – Benedetto XVI

24 settembre 2013 Il postino del Papa suona due volte di Piergiorgio Odifreddi

Pubblicato il 30 settembre 2013 nel blog www.danielepugliese.it

Originariamente il titolo era: Alcune notazioni sul tentativo di dialogo.

Commento di Silvia pubblicato il 1 ottobre 2013: Bellissimo! Proprio così.. non ha più senso distinguere e forzarci ma educare ad un’etica della vita che è la base di qualsiasi spiritualità una persona possa scegliere. Un’etica al rispetto dell’altro nella vita quotidiana compreso il modo in cui ci approcciamo ognuno al proprio lavoro. Grazie sc

Commento di Erica e Paolo pubblicato il 2 ottobre 2013: Molto bello! una profonda verità… riscoprire in questi tempi il senso della civiltà e della solidarietà attraverso quella perduta energia creatrice. Riscoprire anche l’amore per il prossimo qualunque razza, malattia o debolezza abbia per ritrovare il senso profondo delle nostre esistenze.. proviamoci .. Erica e Paolo. Grazie

Commento di Piera Colombera pubblicato il 2 ottobre 2013: ………. ma di lottare per una progressiva spiritualizzazione dell’uomo, al fine di ridare dignità e morale a ogni essere umano. ……….rimboccarsi le maniche affinché venga restituita Dignità a ogni persona, attraverso una educazione all’etica della vita che appartiene alla coscienza di tutti. L’etica dell’ateo è uguale all’etica del credente. Mi piace quello che Gilberto scrive; la penso anch’io così. Un cammino insieme, tra credenti e non credenti, è possibile secondo l’esigenza di tutti di spiritualizzarsi e di praticare un’etica comune. Grazie per la lettura. Piera

Commento di Daniele Pugliese pubblicato il 27 ottobre 2013: Il dialogo che si è sviluppato in questo blog intorno al tema del credere è approdato alla problematica della dignità, della dignità umana, questione di cui riferisce oggi Repubblica (domenica 27 ottobre 2013, pp. 44-45) con la recensione di Giorgio Vasta intitolata Breve storia della dignità al libro di Michael Rosen Dignità (Codice edizioni, pp. 162, € 11,90). L’incipit dell’articolo è prezioso: «Partiamo da quello che potrebbe apparire un paradsso: “Laddove Giovanni Paolo II riteneva che la dignità richiedesse l’inviolabilità della vita umana, dal concepimento alla cessazione naturale di tutte le funzioni vitali, la famosa organizzazione svizzera Dignitas aiuta a porre fine alla propria esistenza tutti coloro che desiderano ‘morire con dignità’”». Solo un promemoria, un post it per ricordarsi di leggere un libro e non sfuggire a un argomento.

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