Compi i tuoi atti, non occuparti del loro frutto

Canto_del_beatoBhagavadgita (Il canto del Beato)

Milano, Rizzoli, 1987

Bhagavadgītā è quella parte di circa 700 versi divisi in 18 canti di contenuto religioso, collocata nel poema epico Mahābhārata. È un testo sacro dell’Induismo, in particolare delle scuole viṣṇuite e kṛṣṇaite. L’unicità del testo è data dal fatto che la Persona Suprema, il dio Kṛṣṇa, qui si rivela in prima persona, offrendo la sua dottrina completa. Il manoscritto risale al XIX secolo, ma da alcuni è datato al III secolo a.C. o al I sec. d.C. Esistono numerosi commentari al testo a partire dal 788-821.

Secondo Mircea Eliade, la Bhagavadgītā , tra le altre cose, insegna a giustificare un certo modo di esistere nel tempo, assumendo e valorizzando la storicità della condizione umana e proclamando la superiorità della via soteriologica data dalla devozione per Vishnu.

«Compi i tuoi atti, ma non occuparti del loro frutto. Non avere come movente il frutto delle tue azioni, non avere attaccamento nemmeno per la non-azione», si legge nel poema. La lezione che se ne può trarre è quella di accettare la situazione storica nella quale ci si trova agendo secondo le necessità dettate da essa e rifiutandosi di valorizzare i propri atti e di accordare valore assoluto alla propria condizione. Per questa via la “rivelazione” della Bhagavadgītā comunica all’uomo come tener unito il cosmo e qualsiasi proprio atto rinunciando all’attaccamento o al desiderio del risultato e a significati che prescindano dall’interesse di chi agisce: una meta raggiungibile solo con lo yoga: «Lo yogin è superiore agli asceti, lo yogin è superiore anche agli uomini di conoscenza, lo yogin prevale sui sacrificanti. Per questo, o Arjuna, divieni uno yogin». Tale obiettivo diviene conseguito pienamente solo se lo yogin focalizza la sua attenzione, e quindi dedica i suoi atti, in Dio, in Kṛṣṇa. In questo modo la Bhagavadgītā proclama la superiorità della via suprema (bhakti) su ogni altra via spirituale o mondana.

Rispetto all’ideale della “rinuncia” al mondo propria delle dottrine upaniṣadiche e di quelle buddhiste e jainiste, la novità teologica espressa dalla Bhagavadgītā consiste nell’aver consapevolezza che l’uomo non può non avere una condotta, e che tale condotta, quand’è “mondana”, è governata dal desiderio di potere, piacere e ricchezza. Perciò può provocare “sofferenza” e, nel caso di un guerriero, anche “senso di colpa” per la “violenza” praticata nei confronti degli altri. Anziché rifiutare di condurre una vita “mondana”, scegliendo una via ascetica, priva di desideri come suggerirebbero le dottrine upaniṣadiche e buddhiste, l’insegnamento “divino” invita a rinunciare anche alla “rinuncia” e vivere nel mondo offrendo i risultati e i frutti della propria condotta e delle proprie azioni, non ai propri interessi personali ma al Dio di cui si è devoti.

Da Wikipedia

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