Articoli per il mese di marzo 2016

Il magico sollecito delle minuscole cose

estasi_materiaJean Marie Le Clèzio

Estasi e materia

Milano, Rizzoli, 1969

Percorsi riflessivi e meditazioni scritte con lo scopo di smuovere e agitare la mente, piuttosto che rassicurare: le idee si deformano, tutto ciò che si crede di aver imparato inizia a cambiare. Estasi e materia è un trattato di emozioni applicate: «La bellezza, il vigore della vita non appartengono all’anima, bensì alla materia». All’apice della sua produzione saggistica, l’autore analizza se stesso e il proprio mondo in modo doloroso e con una precisione clinica: discorre della sua stanza da letto, delle donne, del loro corpo, dell’amore, di una mosca o di un ragno, della scrittura, della morte, della sua idea di assoluto. L’illuminante saggio sul nostro tempo del Premio Nobel 2008.

Da www.ibs.it 

La libertà: uno sguardo intrepido in noi stessi

libertà del conosciutoJiddu Krishnamurti

Libertà dal conosciuto

Roma, Ubaldini editore, 1973

Una sintesi di ciò che Krishnamurti insegna sulla condizione dell’uomo e sugli eterni problemi del vivere. Le sue parole sono il distillato di un solo anno di lavoro, forse l’anno più produttivo della vita di Krishnamurti.

Da macrolibrarsi.it

Qui inizia il viaggio dentro all’inconscio

uomo_suoi_simboli_jungCarl Gustav Jung

L’uomo e i suoi simboli

Firenze, Edizioni Casini, 1967

Pur essendo l’ultima opera di Jung, L’uomo e i suoi simboli rappresenta forse la più valida introduzione al suo pensiero, poiché si tratta dell’unico testo a carattere dichiaratamente divulgativo pubblicato dal grande psicologo svizzero. Oltre al saggio di Jung, “Introduzione all’inconscio”, il volume raccoglie quattro contributi dei suoi più stretti collaboratori: Marie-Louise von Franz, Joseph L. Henderson, Jolande Jacobi e Aniela Jaffé. Ne risulta una trattazione a più voci, chiara ed essenziale, della «psicologia analitica», una limpida esposizione di cosa sia l’«inconscio collettivo» e di come si manifesti.

Da Accademiadicatania

Gli angoli nascosti di una psiche “profonda”

ricordi_sogni_riflessioniCarl Gustav Jung

Ricordi, sogni, riflessioni

Milano, Il Saggiatore, 1965

Erinnerungen, Träume, Gedanken, questo il titolo originale in tedesco dell’opera, è in parte un’autobiografia del celebre psicanalista e in parte è ricavato da documenti rari e conversazioni tra Carl Gustav Jung e Aniela Jaffé.

Racconta l’infanzia di Jung, la sua vita personale e la sua esplorazione della psiche umana. Jung stesso lo definisce nelle sue parti più difficili come una forma di autoanalisi.

Nell’estate del 1956, anche se aveva superato l’ottantina, Jung accettò con tranquillità una proposta di Kurt Wolff, sapendo dell’aiuto che a questo progetto avrebbe dato la Jaffé; incominciando a ripescare i suoi ricordi dell’infanzia, a poco a poco si appassionò molto a questo lavoro autobiografico.

«Annotare i miei primi ricordi è diventato un bisogno, e se trascuro di farlo anche per un solo giorno, immediatamente ne conseguono sintomi fisici spiacevoli, che scompaiono non appena mi metto al lavoro»: così vennero fuori i primi capitoli e quello intitolato Ultimi pensieri, il più intimo, profondo, ricco di esperienze interiori, dove il problema della “natura religiosa” dell’anima prende importanza anche da un punto di vista psichiatrico.

Secondo Jung la propria vita è raccontare «un’autorealizzazione dell’inconscio»: un «mito individuale» che ci rappresenta «con maggiore precisione della scienza». Sogni e immaginazioni, anche della prima infanzia, fanno parte delle esperienze interiori che ci rappresentano nel mondo, e il loro ricordo fa parte del senso generale di tutta la vita umana.

Il primo ricordo della vita di Jung risale ai 2-3 anni: è sulla carrozzina sotto un albero, il sole nelle foglie sotto il cielo estivo: «Vedo il sole che splende attraverso le foglie e i fiori dei cespugli, e tutto mi pare meraviglioso, pieno di colori». Ricorda anche di tenere la testa sulla spalla della domestica, il suo collo scuro e l’orecchio, e tutto questo gli dava contemporaneamente un senso di estraneo/familiare: questo tipo di donna “estranea/nota” è destinata a diventare una componente della sua anima, e a simboleggiare “l’essenza della femminilità”.

Intorno ai 4-5 anni, ha il suo primo “trauma cosciente”: mentre gioca di fronte casa, a un tratto vede un uomo vestito di nero che si avvicina per la strada; Carl fugge in casa e si nasconde per molto tempo in soffitta, senza immaginare che si trattava di “un innocuo prete cattolico”.

Il primo sogno che Carl ricorda è a 4 anni: un prato, una scala di pietra nel sottosuolo, che portava a un trono d’oro, e sopra si regge uno “strano corpo misterioso” con un solo occhio; la madre grida: “Sì, guardalo! Quello è il divoratore d’uomini!”. Dopo decenni Carl interpreterà il corpo eretto come un fallo rituale.

Nel capitolo V Jung si sofferma su Sigmund Freud, ed è un “completamento” ai tanti lavori su di lui. A 25 anni legge Traumdeutung e lo considera importantissimo per il concetto di “meccanismo di rimozione”; non è d’accordo però sui contenuti della rimozione, che non dipendono secondo lui solo da traumi sessuali. Jung ammette di aver difeso agli inizi Freud, perché, anche se diceva delle novità importantissime, allora era “persona non grata nel mondo accademico” e questo non era giusto; però non era d’accordo con lui che tutte le nevrosi “fossero causate da rimozioni sessuali”.

Da wikipedia

Un amplesso divino e l’amore di Dio

cantico_dei_canticiIl Cantico dei Cantici,

a cura di Guido Ceronetti

Milano, Adelphi, 1975

È il poema d’amore più conosciuto, più commentato, più tradotto nella storia, ed anche il più misterioso. Per padre Enzo Bianchi, fondatore e priore della Comunità monastica di Bose, scrittore, editore di Qiqajon, il titolo indica “il canto per eccellenza”, il più sublime tra tutti quelli cantati in Israele e in modo simbolico che la parola di Dio è presente in questo piccolo gioiello letterario così fortemente erotico. Assunto sin dall’antichità (Concilio di Yavnè, 90 d.C.) nelle tradizioni religiose dell’occidente – ebraica, cattolica, cristiana – e nel canone dell’Antico Testamento, il testo descrive senza mezzi termini un amplesso, la cui lettura è stata “freudianamente” rimossa in favore di una interpretazione mistica spesso tirata per i capelli.

Secondo Moshe Idel, massimo studioso di mistica ebraica, il significato originario è quello di un canto erotico, solo più tardi allegorizzato sia nella tradizione ebraica che in quella cristiana per adattarsi ai nuovi valori religiosi emersi a partire dal primo secolo dopo Cristo.

Enzo Bianchi ritiene che il Cantico celebri l’amore umano in tutte le sue infinite sfaccettature, alle quali si può alludere solo in chiave poetica: la lontananza, il cercarsi, il rincorrersi, il ritrovarsi, l’amplesso… «È significativo – sostiene – che il nome di Dio compaia solo alla fine, quando si dice che l’amore è una fiammata, è un fuoco divino. In questo senso, nella tradizione ebraica il Cantico è diventato ben presto simbolico dell’amore di Dio per il suo popolo; nella tradizione cristiana è normalmente simbolico dell’amore tra Cristo e la Chiesa o, in ambienti monastici, tra Dio, tra Cristo e il singolo credente. In questo cammino il senso letterale del Cantico fu totalmente oscurato. Quando però si trattò di inserire questo poema nel canone dell’Antico Testamento molti si opposero, proprio per gli espliciti riferimenti al sesso contenuti in queste pagine. Fu Rabbi Akiva a farcelo entrare, durante il Concilio di Javne (fine del I secolo d.C.), insistendo su quell’interpretazione.

Haim Baharier, le cui lezioni di ermeneutica biblica sono diventate cult, ritiene che da un punto di vista storico è legittimo avere dubbi sull’attribuzione del testo a re Salomone, citato 6 volte nel componimento. «Se però immaginiamo una sorta di casting – afferma – dobbiamo ammettere che il ruolo di autore del Cantico ben si addice a Re Salomone».

Moshe Idel ritiene che il testo sia più tardo di qualche secolo rispetto al regno di Salomone, ma che l’attribuzione sia stata fondamentale per far adottare il Cantico nel canone biblico.

Dello stesso avviso Enzo Bianchi per il quale il re Salomone e la regina di cui si parla nel Cantico sono in realtà un pastorello e una pastorella, me per una innamorata il suo amato è sempre un re e lei la sua regina. «L’amore descritto è quello di due ragazzi, è l’amore di tutti i ragazzi innamorati. L’autore, chiunque egli sia, è certamente un poeta raffinato, capace di descrivere l’amore con grande maestria».

Viviana Kasam, 30 ottobre 2011

Da Il Sole 24 Ore

L’impareggiabile lezione del santo più amato

fioretti_San_francescoI Fioretti di S. Francesco d’Assisi

Firenze, Vallecchi editore, 1926

Raccolta di «miracoli ed esempli devoti» concernenti la vita di s. Francesco d’Assisi, di alcuni suoi primi seguaci e di vari frati della provincia delle Marche, diffusa sulla fine del Trecento. Nei manoscritti di solito sono seguiti da un trattatello, Considerazioni sulle Sante Stimmate, che risale ad altre fonti francescane.

Da Enciclopedia Treccani

Il lungo cammino del pensiero mistico

filosofia_perenneAldous Huxley

La filosofia perenne

Milano, Adelphi, 1995

Il termine “philosophia perennis” fu usato per la prima volta da Agostino Steuco nel XVI secolo, nel suo libro intitolato De perenni philosophia libri X (1540). Fu poi ripreso dal matematico e filosofo tedesco Gottfried Leibniz, che lo usò per designare la filosofia eterna soggiacente e comune a tutte le religioni, ed in particolare la sua corrente mistica.

La “philosophia perennis” è anche il concetto centrale della “Scuola tradizionalista”, rappresentata da scrittori del XX secolo quali René Guénon, Frithjof Schuon e Ananda Coomaraswamy, e in Italia da Elémire Zolla e Julius Evola.

Il termine fu reso popolare da Aldous Huxley nel suo saggio La filosofia perenne, pubblicato nel 1945. La tesi principale del saggio è che, in ogni forma più o meno sviluppata di religione, si trovano correnti di pensiero puramente mistiche, che riconoscono una “Realtà divina consustanziale al mondo delle cose, delle vite e delle menti”. La filosofia perenne viene anche definita come un approccio di tipo psicologico che scopre nell’anima qualcosa di simile alla Realtà divina, o addirittura di identico ad essa.

L’opera si presenta sostanzialmente come una raccolta di citazioni, tratte da opere di varie epoche e culture, inserite in un commento dell’autore, che si premura di ampliare o chiarire gli argomenti trattati. Nel testo originale non vi sono indicazioni circa l’origine di ogni passo citato (l’autore si limita ad inserire una bibliografia alla fine del volume), ma la maggior parte delle fonti è stata individuata e riportata nell’edizione italiana.

Tra gli scrittori mistici a cui Huxley si rifà più spesso, vi sono, per quanto riguarda la mistica cristiana, Sant’Agostino, Bernardo di Chiaravalle, Meister Eckhart, San Francesco di Sales e il suo allievo Jean-Pierre Camus, William Law. Le correnti ascetiche orientali vengono prese in esame soprattutto attraverso opere come la Bhagavadgita o le Upaniṣad, Sutra del canone buddhista e i lavori di maestri come Lao Tzu o Huineng. Infine, vengono spesso citati passi di poesia mistica sufi, in particolare i lavori di Jalal ad din Rumi, Rabi’a, e Ansari di Herat.

Numerosi sono gli argomenti toccati dall’autore. Molte pagine vengono dedicate alla natura del fondamento divino, visto attraverso un’ottica ora speculativa, ora psicologica.

Da Wikipedia

L’insegnamento profondo dei filosofi antichi

hadotPierre Hadot

Esercizi spirituali e filosofia antica

Torino, Einaudi, 1988

Direttore dell’École pratique des hautes études dal 1964 al 1986, Pierre Hadot (Parigi, 1922 – Orsay, 2010) è stato professore al Collège de France dal 1982. Il suo ambito di interesse è stata la filosofia antica, soprattutto il rapporto tra quella greca e la letteratura latina. È stato fra i primi ad introdurre il pensiero di Wittgenstein in Francia alla fine degli anni cinquanta del Novecento attraverso le conferenze tenute al College Philosophique diretto da Jahn Wahl. In esse Hadot dà un’interpretazione del filosofo viennese centrata sulle nozioni di “gioco linguistico” e di “forma di vita”, restituendo un’immagine di Wittgenstein più vicina alle tematiche affrontate nella propria visione della filosofia come “esercizio spirituale”. La tesi principale di Hadot, esposta soprattutto nei due testi Esercizi spirituali e filosofia antica e Che cos’è la filosofia antica, è che la filosofia è nata, nell’antichità greca, come “stile di vita”, saggezza intesa come “saper vivere”, in una unità di teoria e prassi tipica di quell’epoca e non come mera riflessione teorica fine a se stessa, quale invece ha preso a svilupparsi a un certo punto della storia occidentale. La filosofia greca e quella che le scuole filosofiche romane ereditano serve alla trasformazione dell’essere umano nella vita quotidiana. Le opere filosofiche del passato non sono composte per esporre un sistema, ma per diffondere un sapere formativo: in vista di questo scopo, il filosofo cercava anche di insegnare un approccio alla lettura facendola diventare un’azione di trasformazione del proprio sé. Gli esercizi spirituali impegnano tutte le facoltà dell’individuo che si mette in discussione trasformando la propria esistenza in maniera radicale.

da Filosofico.net

Dalla vita naturale a quella spirituale

fichteJohann Gottlieb Fichte

La missione dell’uomo

Bari, Laterza, 1944

Apparsa nel 1800, La missione dell’uomo o La destinazione dell’uomo è il testo che segna il passaggio alla seconda filosofia di Fichte. Essa venne redatta a Berlino, dopo il conflitto suscitato dalle accuse di ateismo che avevano spinto il filosofo ad abbandonare la cattedra presso l’Università di Jena. I suoi toni religiosi sono anche una replica a tali accuse. Si articola in tre parti: “Dubbio”, “Sapere”, “Fede”, le tappe di un ideale cammino dalla vita naturale a quella spirituale. La traduzione di Remo Cantoni, pubblicata la prima volta per Laterza nel 1970 con il titolo La missione dell’uomo, è stata riveduta e corretta da Claudio Cesa sulla base dell’edizione critica.

Da Laterza

Un capisaldo delle relazioni umane

lamento_della_paceErasmo da Rotterdam

Sulla pace

Milano, Rusconi, 2005

La disamina delle ragioni della guerra e di quelle della pace si propone non solo come tentativo di porre termine alla situazione di conflitto che regnava nel mondo e tra principi e popoli cristiani che avrebbero dovuto invece proporsi come artefice e realizzatori del sogno di un Europa senza frontiere e senza violenza.

Filippo Amelotti

da La nuova spiritualità dell’età moderna