Articoli per il mese di febbraio 2016

Un padre sufficientemente dignitoso

L’idea di Antonella Blanco di utilizzare il concetto teorico di Winnicot della “madre sufficientemente buona”, a proposito del dibattito sulla figura del Padre nella cultura e nella società odierna[1], mi sembra molto intelligente perché finalmente aggiunge un metro valutativo alle profonde considerazioni che provengono da più parti, opportunamente citate nel post A cosa serve un padre.

È ormai in corso un dibattito che pre-e-occupa settori sempre più vasti dell’opinione pubblica, testimonianza di un vuoto energetico-culturale da cui derivano profondi danni al tessuto della nostra società cosiddetta “civile”, che di civile non ha più nemmeno l’odore.

All’interno del solco tracciato dalla Blanco con la sua proposta di un padre sufficientemente buono, vorrei affiancare un altro concetto teorico che a me pare ri-definire quello precedente: “un padre sufficientemente dignitoso”, riprendendo così quel tema, che a me sembra fondamentale, della Dignità come categoria fondante di una morale che dia sostegno e struttura non solo al singolo individuo bensì a qualunque forma di società, dalla famiglia alla comunità fra gli Stati. Tema di cui mi ero già occupato in Dalla fede alla dignità, che Daniele ha qui gentilmente pubblicato.

La dignità, come già la definiva Kant, è una categoria morale, forse la più alta, perché è legata al concetto essenziale, basilare, che ogni uomo non può essere oggetto di alcuna strumentalizzazione. Ogni uomo deve considerare l’Altro come un fine e non come un mezzo o uno strumento per i propri fini. È un diritto naturale universale irreversibile. Scriveva Kant:

“Ora io dico: l’uomo, e in generale ogni essere razionale, esiste come fine a se stesso, non semplicemente come mezzo da usarsi a piacimento per questa o quella volontà, ma deve essere sempre considerato, in tutte le azioni indirizzate verso se stesso come verso gli altri esseri razionali, insieme come fine”. (Kant, Fondazione della metafisica dei costumi, pag 91)

Sappiamo, purtroppo, che la nostra società odierna ha invece sviluppato una fortissima predisposizione a considerare “gli Altri” come strumenti utili a realizzare propri fini o propri scopi. Riprendendo un dato sociologico dimenticato, gli elementi che compongono l’“Elite” di questa società (politici, manager, operatori finanziari), usano con disinvoltura e quasi come se fosse un loro diritto naturale, comportamenti operativi aggressivi e spesso violenti, direi simili a delle vere e proprie macchine da guerra, tesi a raggiungere a qualunque costo e con qualunque mezzo, quote di profitto sempre più alte, così come un aumento esponenziale del proprio potere personale. Di quest’atteggiamento abbiamo nella nostra società italiana esempi sublimi diffusi, di cui le cronache quotidiane si devono occupare con triste puntualità soprattutto negli ultimi due decenni.

Riscoprire il valore della Dignità come elemento fondante della morale odierna è evidentemente il compito impellente che la nostra società deve recuperare non con le solite parole di circostanza, bensì con progetti effettivi e reali.

L’ultimo atto che io ricordi teso a rendere e a rifondare l’uomo in conformità a una morale della dignità è stata l’apertura dei cosiddetti manicomi, operata da Franco Basaglia. In quell’occasione c’è stata una vera e propria rivoluzione della società che, sulla base della ricchezza non solo teorica ma anche morale di un profondo pensatore e operatore sanitario, ha realizzato al suo interno un capovolgimento grandioso della prospettiva etica nei confronti del disagio mentale: i malati di mente non erano dei “pazzi” condannati al cronicario dei manicomi ma bensì erano degli “Esseri Umani”, quindi soggetti con una loro naturale e integra Dignità che dà loro diritti e doveri come tutti gli altri cittadini della società nella quale vivono. (Che poi questa rivoluzione di Basaglia sia stata parzialmente abortita dalle Istituzioni non fa che confermare quanto stiamo sostenendo).

“La madre sufficientemente buona” di Winnicot è un concetto psicanalitico che stabilisce quando un atteggiamento della madre è sufficientemente efficace per il primo sviluppo del bambino ed ha la finalità di permettere al bambino uno sviluppo sufficientemente sano.

Nel caso del “Padre sufficientemente dignitoso” che noi vorremmo proporre, abbiamo un concetto pedagogico, che si afferma in una fase successiva e trova la sua ragione di essere nella necessità che il Padre trasmetta al figlio le basi morali fondate sulla dignità del giovane e di riflesso sulle sue relazioni, affinché diventi un uomo capace di relazionarsi con l’Altro in un confronto finalizzato a ottenere una equa ripartizione dei diritti e dei doveri di ciascuno.

Ci permettiamo di affermare che questo compito risulti appannaggio della figura Paterna, poiché questa è (o dovrebbe essere) la figura che definisce i valori morali dei figli, naturalmente in accordo e sintonia con la figura materna, la quale dovrebbe, sotto quest’aspetto, delegare al padre questo elemento educativo.

Sarebbe troppo lungo commentare questo punto; confidiamo perciò nella lungimiranza delle vedute del lettore. Possiamo solo accennare al fatto che l’uomo dovrebbe uscire dal delegare alla figura materna ogni genere di rapporto educativo con i figli. È questo un atteggiamento tipico dell’uomo della società matriarcale, dove la sua dipendenza psicologica dalla figura femminile è totale. Alla donna viene, infatti, delegato ogni onere educativo e, spesso, anche materiale della vita familiare, ignorando così ogni elementare principio di responsabilità.

Il “padre sufficientemente dignitoso” dovrebbe essere prima di tutto un uomo che, con tutte le sue conoscenze ed esperienze, può e deve trasmettere ai figli, superando le loro resistenze e baldanze giovanili, quei principi fondanti della persona che sono gli elementi morali della vita umana, partecipando così alla strutturazione del loro mondo interiore, con la forza della sua presenza, della sua attenzione e del suo carisma. Un padre deve avere un carisma non fondato su esempi di comportamento pestilenziale e asintomatico rispetto ai valori costitutivi dell’essere umano. Deve avere un carisma che discenda dalla dignità del suo essere e del suo comportamento nel lavoro e nelle relazioni con gli altri appartenenti alla sua famiglia e al suo gruppo. Un carisma che solo un comportamento dettato dalla semplicità, sorella della dignità, può fare breccia nell’animo dei giovani, i quali notoriamente sono molto sensibili a valutare positivamente esempi luminosi degli adulti. Un padre sufficientemente dignitoso non può essere ricco e potente. Spesso questi valori sono raggiunti con mezzi non proprio ortodossi e spesso gli uomini ricchi e potenti sanno solo esibire, oltre a un volgarissimo portafoglio pieno, una grande arroganza e mancanza di sensibilità per tutti quelli che li circondano.

Massimo Recalcati parla molto del ruolo del senso di responsabilità, ma forse questa non è un corollario necessario e sufficiente della dignità? Come può esserci responsabilità se manca una struttura interiore basata sulla dignità dell’essere? Sono per forza energie gemelle che fondano l’uomo e, per forza osmotica, i suoi figli.

Sarebbe perciò auspicabile che una madre sufficientemente buona fosse sempre accompagnata da un padre sufficientemente dignitoso… forse la nostra comunità potrebbe tornare a sorridere e a rifondare una società basata sulla solidarietà e la speranza di partecipare alla creazione di un futuro diverso.

 

 

Note

[1]

Il riferimento è a un testo di Antonella Blanco intitolato A cosa serve un padre pubblicato nel blog www.danielepugliese.it il 14 novembre 2013 di cui, per gentile concessione dell’autrice si riporta il testo:

A commento del “metalogo batesoniano” Dialogo sulla politica e in cerca di risposte, a interrogativi personali e ai quesiti posti qui da Gilberto Briani nello scritto Il Tao, la bellezza e il Padre, dopo aver accolto con piacere i suoi suggerimenti di lettura.

«A cosa serve un padre, in fondo? Serve a separare il bambino dalla madre e a dare un ordine al caos pulsionale del legame madre-figlio.

[…] Il Padre è un luogo logico dove il bambino può incontrare un annodamento tra la Legge e il Desiderio che possa funzionare per lui come tratto di identificazione all’immagine paterna.

[…] La funzione paterna è sia quella che opera un raffreddamento pulsionale e sia ciò che mostra l’esempio di una passione decisa, che guidando la vita del padre in senso ideale e pragmatico, come prassi quotidiana dell’applicazione del desiderio, sia da esempio al figlio. Essere applicati al proprio desiderio è il messaggio al figlio della figura del padre che resiste alla deriva di godimento presente nella società attuale. Un padre che possa trasmettere l’esempio di un annodamento tra il desiderio e la legge è la forma della prevenzione del disagio».

(Umberto Zuccardi Merli, Non riesco a fermarmi, 2012).

Questione maschile, “evaporazione” della figura paterna, sono concetti intorno ai quali – in ritardo, e troppo poco – si sta finalmente cominciando a discutere.

Luigi Zoja, psicanalista junghiano (Il gesto di Ettore, 2009), sostiene che il padre, a differenza dell’identità materna, è un’invenzione culturale, una costruzione storica comparsa nella scala evolutiva solo in tempi “recenti”, nelle ultime centinaia di migliaia di anni, e proprio per questo fragile perché non consolidato come ruolo attraverso tutti i passaggi dell’evoluzione come è stato quello femminile.

Secondo Zoja dalla rivoluzione francese in poi il legame più importante fra gli esseri umani diventa quello orizzontale, tra fratelli, e la responsabilità dell’educazione che fino ad allora era ricaduta sotto l’autorità del pater familias, da quel momento in poi viene spostata invece sullo Stato; la scomparsa del padre fa parte di una lenta decadenza, fino ad arrivare all’attuale ritorno a un’identità maschile di tipo pre-paterno.

Che oggi l’autorità simbolica del padre sia in declino, per non dire irreversibilmente tramontata, è innegabile, eppure la necessità della figura paterna sta riemergendo con forza; lo spiega molto bene Massimo Recalcati che chiama “complesso di Telemaco” questa nuova forma di disagio giovanile:

«Il complesso di Telemaco è un rovesciamento del complesso di Edipo. Edipo viveva il proprio padre come un rivale, come un ostacolo sulla propria strada. Telemaco, invece aspetta che la nave di suo padre -che non ha mai conosciuto- ritorni per riportare la Legge nella sua isola dominata dai Proci che gli hanno occupato la casa e che godono impunemente e senza ritegno delle sue proprietà. Telemaco si emancipa dalla violenza parricida di Edipo; egli cerca il padre non come un rivale con il quale battersi a morte, ma come un augurio, una speranza, come la possibilità di riportare la Legge della parola sulla propria terra. Se Edipo incarna la tragedia della trasgressione della Legge, Telemaco incarna quella dell’invocazione della Legge; egli prega affinché il padre ritorni dal mare ponendo in questo ritorno la speranza che vi sia ancora una giustizia giusta per Itaca. […]La domanda di padre, come Nietzsche aveva intuito bene, nasconde sempre l’insidia di coltivare un’attesa infinita e melanconica di qualcuno che non arriverà mai. Dal mare non tornano monumenti, flotte invincibili, capi-partito, leader autoritari e carismatici, ma solo frammenti, pezzi staccati, padri fragili, vulnerabili, poeti, registi, insegnanti precari, migranti, lavoratori, semplici testimoni di come si possa trasmettere ai propri figli e alle nuove generazioni la fede nell’avvenire, il senso dell’orizzonte, una responsabilità che non rivendica alcuna proprietà.

[…] In gioco non è l’esigenza di restaurare la sovranità smarrita del padre-padrone. La domanda di padre che oggi attraversa il disagio della giovinezza non è una domanda di potere e di disciplina, ma di testimonianza. Sulla scena non ci sono più padri-padroni, ma solo la necessità di padri-testimoni. La domanda di padre non è più domanda di modelli ideali, di dogmi, di eroi leggendari e invincibili, di gerarchie immodificabili, di un’autorità meramente repressiva e disciplinare, ma di atti, di scelte, di passioni capaci di testimoniare, appunto, come si possa stare in questo mondo con desiderio e, al tempo stesso, con responsabilità. Il padre che oggi viene invocato non può più essere il padre che ha l’ultima parola sulla vita e sulla morte, sul senso del bene e del male, ma solo un padre radicalmente umanizzato, vulnerabile, incapace di dire qual è il senso ultimo della vita ma capace di mostrare, attraverso la testimonianza della propria vita, che la vita può avere un senso».

Dunque la funzione paterna dentro il nucleo familiare e quella più generale, tra diverse generazioni, all’interno della società sembra essere identica.

Guardando indietro di qualche decennio, alla ricerca del filo spezzato in cui ravvisare ciò che è avvenuto (o non avvenuto) alle generazioni successive, trovo quanto ancora poco, o non abbastanza e troppo pudicamente a mio parere, abbiano raccontato di sé le ultime generazioni le cui idee e passioni – l’applicazione al Desiderio, appunto – siano state passione politica, impegno civile in prima persona, quando non direttamente in prima linea.

Al di là dei risultati ottenuti, anzi proprio insieme a questi, quali che siano stati (sconfitte, delusioni, disillusioni, errori,…), e con tutte le inevitabili conseguenze, individuali e collettive, credo sia importante trasmettere questa eredità, intesa come testimonianza, alle nuove generazioni.

Mutuando il concetto di Donald Winnicott riferito alle madri, sono convinta sia meglio avere un Padre sufficientemente buono che non averne nessuno.

Pubblicato il 18 novembre 2013 nel blog www.danielepugliese.it

Aggiunta pubblicata in data 26 novembre 2013: Una cara amica mi ha fatto notare, dopo aver letto il mio Post sopra pubblicato, che per rendere pienamente il significato della definizione di “madre sufficientemente buona”, proposto da Antonella Blanco, sarebbe migliore la definizione “un padre sufficientemente pieno di dignità”. Condivido pienamente questa notevole precisazione e propongo perciò che la nuova definizione sostituisca pienamente l’altra.

Dalla fede alla dignità

Chiamato in causa da un articolo di Daniele Pugliese sul tentativo di dialogo fra Papa Francesco e Eugenio Scalfari[1], ho pensato di precisare meglio il mio pensiero su questo argomento che si è allargato a dismisura sui media italiani.

Costatato che l’archetipo di Gesù Cristo sta ormai invadendo i dibattiti e la letteratura (è appena uscito un nuovo libro di ben 572 pagine dello psichiatra Vittorino Andreoli, che naturalmente si professa non credente ma anche lui affascinato… ecc., “Il Gesù di tutti”), e a me pare evidente il fatto che la spiritualità, purché non sia dogma o Chiesa, rimanga il valore principe dell’uomo: spiritualità, che significa legame etico con l’altro e con l’universo, un legame patrimonio sia della coscienza individuale quanto di quella collettiva, purificata da ogni fraseologia pre-ordinata e inserita in un sistema di valori, i quali rendano l’uomo libero da ogni tipo di Chiesa o sistema filosofico.

Credente o ateo, non sono più categorie che oggi possono avere una concretezza epistemologica, anzi una realtà culturale e sociologica. Secondo il mio parere, è una distinzione ormai desueta, stanca e consumata da un dibattito sterile, essenzialmente privo di energia creatrice.

Il Tao, la bellezza e il Padre

Raccolgo con piacere gli stimoli di Daniele e Antonella Blanco nel testo intitolato Whitman, l’anima e il corpo [1]per fissare alcuni rapidi pensieri.

Dopo che Lowen ebbe pubblicato il libro La spiritualità del corpo, chiesi al suo principale assistente e intimo amico, Lenny Hochmann, anche lui ebreo nel corpo e nella mente, cosa ne pensasse, mi rispose che ”… non sono interessato agli scritti di un Rabbino…”, rimasi come paralizzato da questa risposta.

A distanza di molti anni, adesso posso comprendere la sua stizzosa critica. A Lowen veniva contestata la sua apertura “spiritualistica” che allontanava la teoria bioenergetica dalla sua base strettamente biologica e organicista. La dualità corpo-mente che Lowen, sulla scia di Reich, risolveva nell’unità dei processi energetici non poteva essere messa in discussione introducendo un terzo elemento che simbolicamente trasformava la dualità in una trinità: corpo, mente e spirito. E questo per Hochmann e molti altri ancora era ed è tutt’ora inaccettabile.

La preghiera crea la materia

“La preghiera crea la materia”. Come un lampo nella notte, questa semplice frase, mi è apparsa recentemente in sogno. Tutto qui, solo queste dense ma stringate parole. Le quali sono tornate alla memoria durante una conferenza della psicoanalista Simona Argentieri, che si è tenuta a Firenze il 13 aprile 2002, nella sala della Maddalena della basilica di Santa Croce, per iniziativa della Società toscana di medicina psicosomatica.

Il salto quantico

Il primato del vero, dell’oggettivo e dell’universale affonda le sue radici in un’onda complessa: quella provocata da un’emozione fra le più antiche che si siano formate durante l’evoluzione dell’uomo: lo stupore.

Per uno yoga cristiano

La meditazione è un patrimonio dell’umanità. Nel senso che non è il frutto creativo di un pensiero originale né elemento di una particolare civiltà o cultura. La meditazione appartiene al patrimonio genetico dell’uomo così come la sua anima o il suo cervello. La sua pratica si perde nella notte dei tempi poiché si è sviluppata autonomamente nei paesi più diversi e sotto tutte le latitudini: «forme di proto-meditazione si trovano alla base dell’antico profetiamo, della teurgia, dello sciamanesimo, dei culti misterici, delle tradizioni magiche e insomma di quelle tecniche estatiche che appartengono al passato di tutti i popoli e rappresentano i vari tentativi dell’uomo di ritrovare la propria origine trascendente»[1].

Il primo atto meditativo dell’uomo, agli albori della sua storia evolutiva, è stata la contemplazione. In sanscrito il termine dhjana indica la meditazione e viene solitamente tradotto con «stato di sospensione delle modificazioni mentali», mentre sarebbe più opportuno «tradurre dhjana con contemplazione, concetto che sta appunto a indicare l’arresto del pensiero discorsivo di fronte a ciò che supera i limiti di comprensione della ragione…»[2].

Il respiro della creazione

Scrive il Sapiente:

«Ma a tutto quello che accade sotto il sole

un senso l’uomo non riesce a dare

Gli uomini si affannano a cercare

Senza poter trovare

E il sapiente che dice io so

Resta senza trovare»:[1].

Ascoltandolo, ci si può rendere conto che ci sono misteri che Dio ci lascia intuire, misteri che saranno chiariti, misteri che non possono essere spiegati. E questo «renderci conto» ci avvicinerà al mondo delle emozioni che, come ho avuto modo di scrivere in un precedente articolo[2] su questa stessa rivista, costituisce un vero e proprio ponte fra la materia e la preghiera, quest’ultima vista non solo come fenomeno spirituale bensì energetico.[3] Scaviamo in questa direzione, dunque.

La materia fin dalla nascita si è aggregata in determinati stati e in moltissime forme. Alcune si sono evolute, altre consolidate. Questo processo ha disvelato le sue potenzialità creatrici manifestando infinite possibilità. Possiamo raffigurarci la materia come un gigantesco crogiòlo nel quale un brodo energetico ribolle in una eterna pulsazione: è il suo respiro. Da questa dinamica senza tempo, la materia crea e distrugge se stessa, ricreando il principio stesso della propria esistenza.

Da quest’immagine alchemica la fisica moderna ha tratto principi e teorie.

Il fisico Ilya Prigogine, scrive:

«Gli sviluppi recenti della termodinamica ci propongono dunque un universo in cui il tempo non è né illusione né dissipazione, ma nel quale il tempo è creazione»[4].

Ne deriva perciò che nell’universo l’instabilità, le fluttuazioni e l’irreversibilità giocano un ruolo ad ogni livello della natura: la legge del non-equilibrio pervade perciò tutta la nostra storia e fonda l’uomo.

Se la materia perde il sicuro fondamento atomistico e diviene instabile, se entra in uno stato di perenne movimento, che potremmo chiamare anche stato vibrazionale, ha solo possibilità creative. Le conseguenze sono allora molto affascinanti: non sono proprio le emozioni la componente evolutiva più vibrante del corpo umano?

Non sono forse le emozioni la componente materica che definisce più di ogni altra la specificità umana? Non sono forse esse una «caratteristica» universale del linguaggio del corpo sotto ogni latitudine?

A dispetto di quanti, dei troppi, secondo i quali il linguaggio o la coscienza sono lo specifico umano, noi possiamo invece serenamente affermare che la componente determinante per definire l’uomo – questo è quello che penso – siano le emozioni, in quanto è da esse che sono originate la coscienza ed il linguaggio, e non l’inverso. È stato in un processo evolutivo inesorabile che dall’animale si è «generato» l’homo cogitans, con tutti i suoi pregi e difetti.

Ciò nonostante, nell’epoca moderna, le emozioni hanno subìto un progressivo processo di svalutazione fino ad essere considerate un vero e proprio ostacolo all’evoluzione morale e spirituale dell’uomo.

Fortunatamente, o con meno casualità finalmente, oggi stiamo assistendo ad un risveglio d’interesse verso il mondo delle emozioni, o questo almeno è quello che ci appare. Numerosi segnali provengono da vari gruppi culturali e si registra un crescente numero di articoli e studi specifici sull’argomento e in questa direzione.

Carol Magai scrive che

«ci sono perlomeno tre fattori che hanno determinato il risorgere di un interesse verso il mondo delle emozioni»[5].

E cita il cambiamento culturale derivato dal successo del funzionalismo, il progresso tecnologico e, soprattutto, l’irruzione del «femminile» nella società. Evento questo che ha sconvolto paradigmi sociologici consolidati, innestando sia nuova linfa vitale, sia nuovi modi nel costume delle varie popolazioni, investite da quest’energia rimasta sepolta sotto la cenere da tempi immemori.

Le emozioni nel loro divenire, nel loro comporsi in forme sempre più complesse, sono state le protagoniste di quel cambiamento evolutivo definito come il «gran balzo in avanti» con il quale l’uomo, da animale puramente istintivo, diviene soggetto di progetti di trasformazione di sé e del mondo che lo circonda.

Scrive Robert Plutchik:

«Dal punto di vista dell’evoluzione le emozioni si possono definire come determinati tipi di comportamento adattativi che si possono individuare negli animali oltre che nell’uomo. Questi pattern adattativi si sono evoluti per affrontare problemi di sopravvivenza fondamentali in tutti gli organismi, come dover trattare con predatore e preda, compagno potenziale ed estraneo, oggetti commestibili e veleni, e implicano reazioni d’avvicinamento o esitazione, d’attacco e fuga, d’attaccamento o perdita, di liberazione o espulsione. Secondo la teoria dell’evoluzione questi pattern sono i prototipi di quelle che chiamiamo emozioni negli animali superiori e nell’uomo»[6].

È in questa prospettiva, dunque, che, con un alto margine di sicurezza, si può formulare l’ipotesi secondo la quale sarebbero state proprio le crescenti possibilità emotive a determinare lo sviluppo dell’uomo di Cro-magnon, il primo uomo che possa definirsi tale. Si è, infatti, ormai propensi a pensare che, se oggi uno di essi girasse vestito come noi per piazza Signoria a Firenze, nessuno lo noterebbe come il nostro progenitore di circa 40.000 anni fa!

Qual è stato il meraviglioso concime che ha preparato così sapientemente il terreno per la nascita di questo mondo così complesso? Certamente un processo unico e inscindibile, fondato e alimentato da un elemento basilare: l’energia.

È questa «essenza» che ha determinato la nascita e lo sviluppo dell’organizzazione atomica delle cellule: è l’energia che ha determinato lo sviluppo di un sistema nervoso sempre più complesso. Possiamo ipotizzare che ci sia stato un processo di trasformazione generato da un vero e proprio «vortice energetico», il quale ha guidato tutte le tappe dell’evoluzione filogenetica del sistema nervoso, dal nucleo più elementare a quello più articolato che configura l’uomo moderno. Una energia, dunque, molto complessa in quanto di natura duplice, come la luce: pensiero e materia, sostanza e informazione.

Come evidenzia bene la neuroscienziata Candace B. Perth:

«Non possiamo più attribuire alle emozioni minore validità che alla sostanza fisica o materiale, anzi, dobbiamo considerarle segnali cellulari coinvolti nel processo di traduzione delle informazioni in realtà fisica, che trasforma letteralmente la mente in materia»[7].

Abbiamo allora gli strumenti per tentare una breve descrizione del processo evolutivo.

Possiamo ipotizzare, nella prima fase, come il vortice energetico abbia potuto generare il mondo dei riflessi. Quale meraviglia di fronte allo spettacolo di una cellula che motiva un approccio verso le sostanze nutritive ed evita le sostanze tossiche! Questo meccanismo, fondamentale ed essenziale alla nostra sopravvivenza, era evidentemente già in nuce nelle invisibili cellule nate miliardi d’anni fa.

Se questo è scientificamente dimostrato, se una cellula, in un passato così remoto, già «motivava» un comportamento, allora è plausibile ipotizzare che, fin da allora, quella struttura sarebbe divenuta, nel lento fluire del tempo, il meccanismo più utile e complesso per eccellenza: un’emozione. È da notare, infatti, che emozione etimologicamente deriva proprio da «motio», perciò un moto direzionale, un andare verso, … un «animi motus».

Possiamo costatare come questo meccanismo di sopravvivenza della cellula sia la base dell’organizzazione del nostro sistema vitale, come la nostra vita scorra per andare incontro al fondamentale nutrimento materiale e spirituale.

Dal meccanismo dei riflessi agli «istinti». La loro complessità è enorme poiché investe la storia della vita sulla terra fin dai primordi rendendo essenziale la loro importanza per l’evoluzione della specie. Essi hanno in realtà permesso il riprodursi di schemi e comportamenti vantaggiosi per l’adattamento e la sopravvivenza della specie stessa.

L’istinto della fame come quello della riproduzione sono stati aspetti fondamentali nell’evoluzione del genere umano. È la loro presenza che determina se un certo organismo è vivente oppure no. Come i riflessi, sono meccanismi automatici e coatti che esigono una completa soddisfazione immediata.

Con lo sviluppo del sistema nervoso centrale avviene però un cambiamento: gli organismi sviluppano una loro specifica capacità di scelta e pertanto lentamente si trasformano in meccanismi meno coatti che rispondono in altre parole agli stimoli in un modo meno automatico.

Su questo schema di base si sono inserite evolutivamente le «pulsioni» che hanno reso più complesso il comportamento animale.

Questo è il dato fondamentale: le pulsioni sono divenute tali in quanto superamento del comportamento puramente istintivo. Quando fu richiesto ai cuccioli delle specie dei mammiferi di provvedere al cibo ed al nutrimento per le loro vite, essi dovettero sviluppare un forte attaccamento alla loro madre. Lo stesso modello di comportamento si è sviluppato nel rapporto simbiotico fra la madre e il bambino nell’evoluzione umana. Proprio su questa base pulsionale molto variegata il cucciolo-bambino sviluppa una complessa serie di sensazioni piacevoli o spiacevoli nel suo intimo rapporto con la madre, che diverranno lo strumento ponte per una loro successiva complessità e differenziazione.

È all’interno di questo fondamentale rapporto che si svilupparono emozioni così tenaci, prepotenti e così devastanti, come l’attaccamento o l’abbandono. È stato nel rapporto cucciolo-madre che sono nati sentimenti emotivi quali la paura, la rabbia o l’angoscia. Come pure la vigilanza, l’empatia, o l’allegria. Sono questi forti colori emozionali che divengono gli indispensabili strumenti per la sopravvivenza del piccolo, oppure possibilità piacevoli che rinnovano istantaneamente il contratto con la vita.

Dalle pulsioni alle emozioni, questo è stato il vero «balzo in avanti» dell’evoluzione. Qui natura fecit saltus. Sono state le profonde interazioni emotive che, sviluppando un campo energetico emotivo, hanno determinato, per differenziazione, modificazioni strutturali anatomiche alla gola dei mammiferi funzionali ad un fine ben preciso: la comunicazione affettiva. L’emozione, in questa prospettiva, è divenuta un movimento dinamico poderoso, un vortice d’energie d’altissima intensità e qualità, tale da aver reso vittoriosi i nostri progenitori nel loro bisogno di esprimere tonalità affettive che fiorivano nei loro animi.

Sono le emozioni che hanno portato alla formazione della neo-corteccia cerebrale con la forza della loro motivazione sempre più precisa, mirata e costante nel tempo. Sono state una forza immensa che, per successive stratificazioni, ha plasmato il sentire pulsionale animale in un sentire che un cervello sempre più sofisticato ha incarnato. È stato questo il processo evolutivo che ha portato lo scimpanzé arboricolo a divenire un uomo, con il suo bagaglio sempre più specializzato, racchiuso in un corpo sempre più bello e funzionale. Infatti, come dimenticare l’evoluzione del corpo che, di pari passo alla funzione immaginativa che fondava la psiche, è divenuto quel congegno che ci porta verso una vita sempre più entusiasmante?

L’instaurarsi del campo energetico emotivo ha determinato il nascere della consapevolezza corporea e simultaneamente della coscienza.

È stato questo il fenomeno che ha reso specifica l’esistenza umana. È su questa base che l’umano si contraddistingue dall’animalesco. È questa successione che ha reso l’uomo un fenomeno unico nell’universo conosciuto. Il campo energetico emotivo è stato l’anello di congiunzione fra la vita incosciente del mammifero e l’uomo che, pur immerso nei processi materiali come tutti gli altri esseri viventi, ha ottenuto la possibilità fondamentale di divenire il soggetto di se stesso: questa è la coscienza!

All’alba di questo processo, infatti, è proprio un colore emotivo fra i più impastati a scavare nell’animalità nuove dimensioni mai sperimentate prima da nessun altro essere. Sono dimensioni che non hanno più la caratteristica dell’immediatezza istintuale, ma quelle di uno spazio completamente nuovo, sottilissimo nel suo spessore, invisibile: lo «stupore».

Lo stupore dell’uomo è molto, molto antico. Forse è stata la sfumatura dell’anima che ha avuto la capacità di farsi motore dell’essere umano, tant’è che si è giunti addirittura ad ipotizzare che

«come scrisse Platone, la disposizione alla meraviglia è proprio della natura del filosofo e che la filosofia non si origina da altro che dallo stupore»[8].

Datare la nascita del pensiero umano, la sua capacità di riflessione, proprio in conformità ad una profonda esperienza emotiva, segna un punto a favore molto importante dell’ipotesi evolutiva.

È da notare che l’origine dello stupore è materico come l’origine della paura o del piacere. È l’elemento primario di quel crogiolo alchemico dove l’infinita possibilità diviene attesa gioiosa o struggimento, oppure sofferenza, macerazione o abbandono o ancora meraviglia, intontimento, paura, angoscia e poi e poi…

In questa dimensione l’uomo diviene quell’essere-in divenire del quale già possiamo evidenziare come la sua più sublime riflessione, l’esistenza stessa di Dio, abbia subito una grande metamorfosi nell’andare del tempo.

Solo per limitarsi al nostro cristianesimo, al Dio terribile e giustiziere di Mosè, è succeduto il più rivoluzionario dei suoi figli: Cristo! che non ha gridato vendetta e inflitto punizioni, bensì ha predicato la dottrina della non violenza e dell’amore. Dottrina che, ancora oggi, dopo duemila anni, trova una grandissima difficoltà ad essere accettata e integrata a qualunque livello, sia psichico che sociale.

Scrive Esther Harding:

«Tuttavia anche il carattere degli dei può cambiare, il che significa che le pulsioni istintive sepolte profondamente nell’inconscio sono soggette a un’evoluzione psichica o a una trasformazione che si rispecchia nella trasformazione del carattere di Dio»[9].

Normalmente il linguaggio è considerato come la conquista che ha permesso all’uomo primitivo di separarsi dalla sua condizione animale. È profondamente vero. Penso che la nascita del linguaggio sia la vera punta di diamante che ha illuminato l’arboricolo rendendolo più umano. È d’altra parte evidente che, proprio per le sue caratteristiche, non può che rappresentare il risultato di un processo più complesso e ampio.

Potremmo anzi ipotizzare che il linguaggio risulti essere un fenomeno posteriore, o perlomeno contemporaneo alla nascita della coscienza in quanto espressione raffinata ed essenziale del suo sorgere:

«a questo stato puro, le parole sono simili ad animali microscopici primitivi, a protozoi. Il sostantivo, nucleo. L’aggettivo, estensione del sostantivo come una membrana uditiva. Il verbo, filamento. Le parti invariabili del discorso, corpi inanimati, veicoli nutritivi…»[10].

È in questa prospettiva che l’emozione acquista la forza di un’informazione o pluralità d’informazioni. Come il mondo d’oggi testimonia, la comunicazione è lo strumento che più d’ogni altro contiene un potenziale trasformativo d’altissima qualità.

Se dunque, come avevamo evidenziato in un articolo su questa stessa rivista[11], proprio le emozioni sono il fondamento dell’evoluzione umana considerando il pensiero che ama, cioè l’amore, come il raggiungimento naturale della nostra esistenza, se val la pena parlare di «emozione religiosa» nella sua accezione simbolica di sentimento legato alla pietà e alla cura, si può aggiungere a questa dimensione «umana» una valenza ancora più profonda e sottile: quell’emozione spirituale che, già conosciuta nella notte dei tempi sotto forme d’immediatezza spontanea e, soprattutto, intuitiva, ha oggi assunto una forma più ricercata poiché mezzo di conoscenza sapienzale e diretta di Dio.

La comunicazione che l’emozione densa d’informazioni instaura diviene strumento di dialogo non più relazionale in senso umano, ma diviene un dialogo «alto» con quel Dio che finalmente può essere conosciuto.

Una conoscenza che scioglie e oltrepassa tutti gli enigmi della mente. Che scioglie come d’incanto i contrasti epistemologici che torturano l’intelligenza dell’uomo.

Possiamo allora qui ipotizzare come sia la paura di una conoscenza emozionale profonda che crea le dualità insanabili della mente, con le conseguenze pesanti che tutti conosciamo e che attualmente viviamo.

Ogni forma d’integralismo, infatti, con il suo carico d’ortodossia rigidamente fissata in canoni specifici d’apprendimento e di comportamento, contiene già in nuce un potenziale distruttivo per ogni forma di conoscenza e quindi di creatività umana.

Si può allora cercare di esplorare la natura stessa dell’emozione religiosa, “condicio sine qua non” della preghiera. Ma questo sarà l’argomento di una futura riflessione, della quale si può anticipare una immagine di un maestro indiano di tantrismo:

«Qui ciò che ci dobbiamo proporre di raggiungere più di tutto non è altro se non la natura propria. Ed essa per tutte le cose egualmente è solo costituita di luce, non essendo logicamente ammissibile che la natura propria delle cose possa essere una non luce»[12].

Note

[1]

Qohelet, trad.it. di Guido Cernetti, Milano, Adelphi Edizioni, 2001, p. 62.

[2]

Gilberto Briani, La preghiera crea la materia, in “Città di vita”, anno 57, numero 3, Firenze, maggio-giugno 2002, pp. 251-256

[3]

“Sambursky, nel suo sorprendente saggio Das physikaliscke Weltbild in der Antike, ha mostrato che tutti i temi fondamentali delle scienze occidentali derivano da immagini intuitive della filosofia greca della natura. Da lì scaturisce l’idea di un’unica materia primordiale, da cui s’è formato l’intero cosmo visibile, e l’idea d’una conservazione di tale materia:in altri termini, il concetto d’una forma universale dell’energia.” Marie-Louise von Franz, Psiche e Materia,Torino,Bollati Boringhieri,1992, pag. 11

[4]

Ilya Prigogine, La nascita del tempo, Milano, Bompiani, 1994, pag .81

[5]

Carol Magai, The role of emotions in Social and Peronality development, NewYork, Plenum Press, 1995, p. 12

[6]

Robert Plutchik, Psicologia e Biologia delle Emozioni, Torino, Bollati Boringhieri, 1995, p. 223.

[7]

Candace B. Perth, Molecole di emozioni, Milano, Corbaccio, 2000, p. 226

[8]

Vedi: Ernesto Balducci, Storia del pensiero umano, vol. 1, Firenze, Edizioni Cremonese, 1986, pag. 1

[9]

M. Esther Harding, L’energia Psichica, Roma, Astrolabio, 1984, p. 110.

[10]

J.M.G. Le Clézio, Estasi e Materia, Milano, Rizzoli, I969, p. 31

[11]

Gilberto Briani, La preghiera crea la materia, cit.

[12]

Abhinavagupta, Essenza dei Tantra ( Tantrasara), vol. 1, Torino, Boringhieri, 1979, p. 101

Pubblicato su “Città di vita”, anno …, n. ….., ….., pp. …..

Spes, ultima dea

Sono vestiti di nero. Non è un caso, anzi non potevano aver scelto un altro colore. Sono i cosiddetti combattenti dell’ISIS che auspicano una società basata su i principi integrali della legge coranica.

Sono infatti il nostro lato oscuro: la nostra crudeltà rimossa da settant’anni nelle nostre coscienze. La nostra patina di libertà non è sufficiente a coprire i nostri misfatti che rimangono repressi nell’inconscio collettivo delle nostre società occidentali.

Ci sentiamo superiori per i progressi sociali e culturali fatti, ma in realtà essi poggiano su una fragilissima base che può essere distrutta con pochi colpi di kalashnikov. Mancano infatti quelli che sono gli agenti formatori di una base sicura, cioè i principi morali che sono , alla luce di tutti, disattesi clamorosamente ogni minuto della nostra vita. La moralità è infatti la base per formare quella “armonia relazionale” che rappresenta l’ideale necessario alle nostre comunità. Moralità che è stata fraintesa e coatta per secoli con ogni forma di ipocrisia, ma che oggi ha bisogno di essere riscoperta come componente essenziale della dignità di ogni essere umano.

Un’isola europea

Caro Daniele, vorrei accennare a un’idea che mi è venuta dopo la tragedia di Lampedusa. È solo in nuce e quindi ancora molto generica la mia idea, ma credo che potrebbe essere presa in considerazione dai lettori del tuo blog e tramite loro, per iniziare, diffondersi.

Costatato che l’isola di Lampedusa è e sarà uno dei punti di riferimento dell’immigrazione dai paesi del “quarto” mondo, constatato che sciagurate leggi italiane stanno provocando un altissimo numeri di morti e di disperati che vengono o espulsi o rinchiusi in centri lager di pseudo accoglienza, proporrei che l’isola divenisse un Territorio della Unione Europea.

Che cosa significa?